Nell’accordo fra Donald Trump e Vladimir Putin il grande perdente è Volodymyr Zelensky, è palese. Ma bisogna valutare due aspetti. Uno quantitativo e uno qualitativo. La quantità: tre milioni di tonnellate equivalgono a poco meno di venti milioni di barili di gasolio, quello che gli Stati Uniti consumano in una settimana. Saranno immessi sul mercato e certo daranno un contributo a calmierare l’aumento dei prezzi, ormai fuori controllo. Va tenuto conto però, a parte Hormuz, che la tempesta in corso nel Golfo del Messico, anzi d’America, da sola toglie dal mercato un milione e passa di barili al giorno. Il sostegno dello Zar alla campagna elettorale del presidente americano, dove il prezzo dei carburanti alla pompa è un fattore decisivo, è quindi poco più che simbolico. Ma l’impatto sull’opinione pubblica mondiale, sulla psicologia degli avversari, e degli alleati, è di portata molto più vasta.
Con questa offerta, difficile fra l’altro da verificare con il misurino, il mago del Cremlino smonta a livello propagandistico l’intera campagna dei droni ucraini contro il settore petrolifero russo, gli attacchi alle raffinerie, ai terminal, alle petroliere. Ecco, pare dire Putin, non solo non siamo noi quelli senza benzina, o gasolio, vedete, è l’America che ce lo chiede e noi siamo in grado di risolvere i loro problemi. In più, c’è da essere certi che adesso Trump imporrà a Zelensky di sospendere ogni attacco, in modo che la Russia possa ottemperare alla sua promessa. Il Cremlino, quindi, incassa una vittoria di immagine, e una sul campo, l’allentamento delle sanzioni, la possibilità di acquisire valuta pesante con la vendita di diesel e di fatto una tregua negli attacchi alle sue infrastrutture che comunque avevano creato grosse difficoltà.
Christine Lagarde ha rivelato una volta quanto sia «un osso duro» Putin nelle trattative. «Arriva preparato, con tutti i numeri in testa, senza fogli o appunti», raccontava. E, da buon allievo del Kgb, analizza in tempo reale le reazioni e la psicologia dell’interlocutore.
Trump, come già nel famoso vertice in Finlandia, ha sottovalutato questi aspetti. Ora il cerino acceso è nelle mani degli europei. Con una sola mossa il duo russo-americano ha depotenziato i pacchetti di sanzioni di Bruxelles e annullato la “campagna dei 40 giorni” che doveva spingere Putin al tavolo dei negoziati in una posizione di debolezza. È tutto da rifare.
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