Aceto e vermouth dalla Barbera per resistere alla crisi

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Vermouth, aceto, persino bottiglia da tavola. Il vino rosso piemontese, in particolare quello che nasce dalla Barbera, si trasforma per resistere a una crisi che, a dirla tutta, attraversa l’Italia e arriva in Europa. A fare da capofila è il Consorzio dell’Asti Docg, che è riuscito a trovare un accordo con la Regione Piemonte: prima un’analisi di mercato per conoscere i settori dov’è possibile dare nuova vita all’invenduto, poi un contributo straordinario da 1,7 milioni di euro per chi è costretto a conservare nei propri magazzini il vino rosso in giacenza, in attesa di venderlo ai produttori di aceto, vermouth o alla grande distribuzione.

I motivi per cui le vasche d’acciaio o le botti restano piene sono ormai noti: le tensioni geopolitiche, i dazi, l’impennata dei costi della vita (a parità di salari), le politiche sanitarie e le norme sulla sicurezza stradale più restrittive e un cambio nelle abitudini dei consumatori, che preferiscono bollicine e vini bianchi. Il tutto mentre il cambiamento climatico ha aumentato, inevitabilmente, la gradazione del vino rosso, percepito come molto più difficile da bere in una giornata a 38 gradi.

Proprio ieri l’Assemblea nazionale dell’Unione italiana vini ha condiviso i numeri della crisi: nonostante i volumi delle ultime vendemmia siano stati sotto le aspettative, le scorte in cantina sono a quota 53 milioni di ettolitri, +7,3% in un anno, picco massimo dal 2022. Un eccesso di offerta che sta costringendo il comparto a riclassificare una bottiglia su cinque verso il basso, pena la perdita di mezzo miliardo di euro. Senza dimenticare la drastica discesa di export verso gli Usa, con una contrazione del 15,4% nell’ultimo quadrimestre. Da qui la richiesta al governo del presidente dell’Unione Lamberto Frescobaldi e del segretario generale Paolo Castelletti di «fare una scelta coraggiosa»: tagliare la produzione vitivinicola, a partire dalla riduzione delle rese fino ad arrivare allo stop ai nuovi impianti tramite autorizzazioni. Insomma, meglio un vigneto in meno che un vigneto inutilizzato. L’assessore all’Agricoltura Francesco Lollobrigida, sempre stato scettico sull’espianto dei terreni, ha da poco aperto alla possibilità di seguire l’esempio della Francia, che darà l’addio a 28 mila ettari.

In questa crisi generalizzata, dove il Piemonte registra però un incremento delle esportazioni dello 0,5% contro la contrazione media italiana dell’8,2%, il Consorzio dell’Asti Docg ha deciso di guardare avanti, mentre il suo Barbera sfuso ha raggiunto il “minimo storico” degli 0,80 euro al litro: piuttosto che declassare le nostre bottiglie, trasformiamoci. Da una parte c’è il vermouth, prodotto di lunga tradizione piemontese oggi sulla cresta dell’onda, che si ottiene miscelando vino, zucchero, caramello e un mix di erbe, spezie e scorze. Dall’altra c’è l’aceto, che spesso nasce da vini acquistati all’estero, dove i prezzi sono più bassi (e spesso anche la qualità); e allora perché non partire da un vino piemontese d’eccellenza?

A sostenere il Consorzio, che conta circa 2.500 viticoltori che coltivano Barbera d’Asti su 5.300 ettari e 3.000 produttori dell’Asti Docg che lavorano su 10.000 ettari di vigneti, sarà la Regione Piemonte, dove il governatore Alberto Cirio ha preso ispirazione da un decreto del periodo Covid: uno stanziamento da 1,7 milioni di euro per aiutare chi è costretto a tenere in cantina litri di vino; e quindi aiuti per comprare una vasca d’acciaio nuova perché quella originale è piena o addirittura affittare un nuovo magazzino. I contributi ad ogni azienda vitivinicola saranno proporzionati ai litri di vino stoccati e ai mesi in cui dovranno rimanere “fermi”.

Il tutto agevolando gli accordi con le altre aziende. Sul tavolo (ma ancora tutta da definire) ci sarebbe anche una trattativa con Ponti. Lo storico produttore di aceto, con sede a Ghemme in provincia di Novara, potrebbe versare un ulteriore contributo di 0,45 euro al litro per favorire quello che è un vero e proprio cambio di paradigma.

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