Hamza tiene alto un cartello sopra le teste dei manifestanti. C’è scritto: «Io non sono invisibile». Eppure, da quasi dieci giorni dorme per strada, in ripari di fortuna al parco Tanaro di Alba. Lui è uno dei tanti fantasmi che hanno popolato la stagione di raccolta delle uve sulle pregiate colline di Langa, ricevendo compensi da fame. Ha 30 anni, arriva dal Marocco ed è venuto a cercare fortuna ad Alba dopo aver lavorato nei cantieri edili del Torinese. «Ma non mi è andata bene», racconta. «Sono riuscito a lavorare solo in nero: anche 12 o 13 ore al giorno sotto il sole per portare a casa meno di 800 euro al mese. E adesso che è finita la vendemmia, non ho più un lavoro e ho perso il posto anche nel dormitorio della Caritas».
Anche Idrissa non ha un tetto sotto cui ripararsi di notte: «Sono arrivato in Italia a marzo, ho lavorato per alcune settimane nelle vigne per 8 euro l’ora, senza nessun contratto – rivela -. Ho 36 anni, una moglie e due figli che sono rimasti in Mali e che aspettano i miei soldi per tirare avanti. Se trovassi un lavoro e una casa, li farei venire qui. Ma è molto diverso da come mi avevano raccontato: non ci vogliono davvero, hanno solo bisogno di braccia per la campagna e basta. Dopo pochi mesi diventi inutile e nessuno si interessa del tuo futuro».
C’è delusione, sconforto negli occhi dei lavoratori stagionali che manifestano per le vie di Alba. Un corteo pacifico di mille persone e più – nell’ennesimo sabato di Fiera del Tartufo affollato di turisti – convocato «contro schiavitù e sfruttamento lavorativo nelle terre del vino» e guidato dalla Caritas diocesana, con Cgil, Cisl e Uil e dalle associazioni Libera, Arci e Cinema Vekkio. Ma è difficile rendere visibili gli invisibili nella ricca provincia cuneese. Saddam ha 20 anni e arriva dalla Somalia. È scappato per la guerra, sbarcato a Lampedusa tre anni fa: vorrebbe fare il sarto, il mestiere che ha imparato da sua madre. «Invece ho raccolto moscato e nebbiolo per 5 euro l’ora e ho pagato 150 euro al mese per dormire su una brandina in una stanza con altri quattro come me».
Dopo mesi vissuti in affanno per garantire un’accoglienza dignitosa a centinaia di lavoratori, la Caritas albese ha deciso di rompere il silenzio. E ha denunciato: «Quella appena conclusa è stata una vendemmia da record per le violazioni e le ingiustizie segnalate: lavoro nero, grigio, buste paga non corrispondenti al vero, retribuzioni inferiori ai minimi sindacali, mancati pagamenti, lunghi orari di lavoro, assenza di pause adeguate, niente giorni di riposo e tanti piccoli e grandi soprusi». Anche il vescovo di Alba, Marco Brunetti, ha sfilato con i manifestanti: «La persona viene prima del profitto, il bracciante prima della bottiglia di vino. A chi nega il salario giusto ricordo le parole di Papa Francesco: “Non otteniamo la dignità dal potere o dal denaro o dalla cultura; otteniamo la dignità dal lavoro. Rubare lavoro dignitoso significa rubare dignità”».
Per il direttore della Caritas, don Domenico Degiorgis, «è arrivato il momento di riconoscere che lo sfruttamento lavorativo nelle nostre vigne non è un fenomeno nuovo e isolato, ma un problema strutturale che coinvolge il territorio e di cui tutta la filiera è al corrente». E aggiunge: «Le colline di Langhe, Roero e Monferrato sono conosciute nel mondo per l’eccellenza dei loro vini, ma dietro questa ricchezza si nasconde anche una realtà fatta di caporalato, diritti negati e condizioni di vita spesso inaccettabili. Con questa manifestazione chiediamo un cambiamento concreto, un’assunzione di responsabilità anche da parte dei vignaioli».
Matteo Ascheri, ex presidente del Consorzio del Barolo e Barbaresco, è uno dei pochissimi produttori che ieri erano presenti in piazza, dove ha preso la parola: «Il lavoro in vigna, e la sua regolarità, sono parte integrante della qualità che vogliamo esprimere con i nostri vini. Finora molti hanno cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto, ma io dico che le aziende vitivinicole non possono interpretare la parte delle vittime, devono darsi da fare per risolvere questo problema. E non coi vademecum, i protocolli e i bollini etici che alimentano l’economia degli enti certificatori ma in concreto non funzionano. Occorrono deterrenze vere, come impedire l’uso della denominazione alle cantine che si macchiano di irregolarità».
Non tutti sono d’accordo, anche perché il tema è complesso. Il ricorso al “contoterzismo” secondo molti produttori è una necessità concreta: una piccola impresa agricola non può facilmente gestire assunzioni, formazione, accoglienza e logistica di decine di lavoratori in poche settimane. Per questo, rivolgersi a intermediari è indispensabile: «Il mondo agricolo di Langhe e Roero è sano e tutela i propri lavoratori – dice Enrico Faccenda, sindaco di Canale e imprenditore del vino, anche lui presente al corteo –. Ho 70 dipendenti diretti e nessun intermediario. I casi di irregolarità vanno condannati e isolati, ma non si può parlare di un sistema malato». Malato forse no; di sicuro, stando a chi ieri era in piazza, da rivedere in profondità.
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