TORINO. «Credo che Trump si irriti con ogni persona e con ogni Paese che non sia completamente subordinato alla sua volontà», dice Alec Ross. Americano di origini italiane, autore e professore alla Bologna Business School, ha appena pubblicato il libro “The Italian Dream. Riprendersi il futuro”. «La rottura – spiega l’ex consulente di Barack Obama e Hillary Clinton – era inevitabile perché Giorgia Meloni ha delle linee rosse che non permetterà vengano superate».
Quali?
«Per esempio, non accetterà che il Papa venga insultato. Continuerà inoltre a perseguire ciò che ritiene essere nell’interesse dell’Italia e degli italiani, e questo non coinciderà sempre al cento per cento con gli interessi degli Stati Uniti così come li definisce Trump. Per lui, però, qualsiasi cosa che sia meno del cento per cento di allineamento viene spesso percepita come una forma di disobbedienza».
È una rottura definitiva?
«Trump ricuce i rapporti con la stessa rapidità con cui li rompe. So che per molti italiani tutto questo può apparire scioccante, ma negli Stati Uniti è un comportamento a cui siamo abituati. Trump lo fa continuamente con ad, senatori del suo stesso partito e persino con persone che considera alleati. Ciò che oggi sorprende gli italiani è, per molti americani, semplicemente un altro giorno nella vita politica».
Meloni sul suo rapporto con il tycoon aveva investito…
«Dare a lei la colpa di questa rottura sarebbe profondamente ingiusto. Le darei 29 su 30 per come ha gestito il rapporto transatlantico, cercando di proteggere gli interessi italiani sui dazi, sull’Ucraina, sull’energia e sul commercio senza rinunciare all’alleanza europea. La sua strategia non era ingenua: era pragmatica e ha prodotto risultati. So che alcuni dei suoi critici stanno festeggiando questo scontro, ma dovrebbero riconoscere che è il risultato del fatto che la presidente del Consiglio si è rifiutata di lasciarsi intimidire».
Il business italiano risentirà di questa rottura?
«Non credo ci saranno ripercussioni significative per le imprese e, se dovessero esserci, saranno probabilmente di breve durata. Trump presta grande attenzione alle elezioni di metà mandato e sa bene che i conflitti commerciali finiscono per danneggiare l’economia americana tanto quanto quella delle controparti coinvolte. A meno che questa disputa non si trasformi rapidamente in qualcosa di più ampio e duraturo, non mi aspetto conseguenze concrete o percepibili per l’Italia».
I dazi Usa ci hanno danneggiati o siamo riusciti a contenere l’impatto?
«I dazi hanno danneggiato l’Italia, perché un’imposta del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee non può essere descritta come una vittoria. L’impatto, tuttavia, è stato parzialmente contenuto dalla forza dei prodotti italiani, che spesso competono per qualità, design, tecnologia e reputazione più che per il prezzo più basso. Le imprese hanno dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di adattamento, ma non dobbiamo romanticizzare la loro resilienza né trasformarla in una scusa per accettare politiche commerciali ingiuste. Il Made in Italy è forte, ma ha bisogno di un’Europa capace di negoziare come una potenza economica».
Perché Trump è così ossessionato da Obama?
«Credo che ogni volta che Trump è frustrato per qualcosa che sta accadendo in una determinata giornata, finisca per attaccare Barack Obama, Hillary Clinton o Joe Biden. Nel caso di Obama, penso sia infastidito dalla sua perdurante popolarità e da tutto ciò che rappresenta. Obama continua a incarnare una visione dell’America e della leadership che Trump percepisce come un contrasto diretto alla propria».
Ha scritto che l’Italia deve smettere di scegliere tra sogno e realtà e iniziare a usarli insieme. Perché?
«L’Italia deve smettere di pensare che sognare significhi essere ingenui e che essere pragmatici significhi rinunciare all’ambizione. Il sogno indica la destinazione, il pragmatismo costruisce la strada per arrivarci. Questo richiede istituzioni che funzionino, investimenti di lungo periodo, una vera meritocrazia e molta più fiducia nei giovani. Il futuro non si riprende con gli slogan, ma trasformando l’ottimismo in azione collettiva».
Qual è il problema più grande del Paese?
«La fuga dei cervelli, perché alimenta un circolo vizioso che aggrava anche la denatalità e il debito pubblico. Quando i giovani più preparati lasciano il Paese, l’Italia perde competenze, produttività, innovazione, contribuenti e persone che potrebbero costruire una famiglia in Italia. Il vero capitale di una nazione non è ciò che si trova sotto terra o nei conti pubblici, ma ciò che è nella testa e nel cuore delle persone. L’Italia deve diventare un Paese dal quale i talenti non siano costretti a fuggire e nel quale quelli partiti abbiano una ragione per tornare».
Esisterà mai un European Dream capace di competere con il sogno americano?
«Credo profondamente nell’Ue, ma sono molto più scettico sull’idea di un European Dream. Credo di più in un Italian Dream, perché i sogni collettivi nascono da una storia, da una cultura e da un’identità condivise. Ciò che non può essere fatto efficacemente a livello europeo deve essere fatto a livello nazionale; ciò che non può essere fatto a livello nazionale deve essere fatto a livello regionale, poi comunale, comunitario e infine individuale. L’Europa funziona meglio quando unisce ciò che deve essere comune senza cancellare la forza e la responsabilità delle sue identità nazionali».
L’Ai rischia di concentrare ricchezza e potere. L’Italia sarà tagliata fuori?
«Temo la deficienza naturale più dell’intelligenza artificiale. L’Italia non è condannata a subire questa rivoluzione, ma non può limitarsi a regolamentare tecnologie costruite altrove. Probabilmente non produrrà il prossimo grande modello linguistico generalista, ma possiede enormi punti di forza nella manifattura, nella robotica, nell’automazione, nella meccatronica e nell’Ai fisica. La grande opportunità italiana consiste nell’unire l’Ai alla competenza industriale, artigianale e ingegneristica che il Paese possiede».
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