Almodovar, un Natale in crisi di nervi

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Le vite degli altri come una trasfusione di sangue necessaria a nutrire l’ispirazione artistica, ma, soprattutto, ad allontanare l’ombra incombente della fine. Gli autori, avverte Pedro Almdóvar, sono persone pericolose, poco affidabili, inclini a rubare emozioni e, per questo, in preda a uno stato di perenne instabilità. Con Amarga Navidad, il regista, ieri in gara al Festival, e anche presente in carne e ossa smentendo le voci che parlavano di un suo forfait per motivi di salute, firma un film struggente e disperato, proprio come i brani della prediletta Chavela Vargas, anche stavolta citata e interpretata. Ma, nel dolore, si sa, maturano le catarsi, e alla fine, quando il ticchettio della macchina da scrivere del regista Raul (Leonardo Sbaraglia), ricomincia frenetico, vuol dire che forse c’è ancora la forza di dire, raccontare, immaginare: «In molti dei miei film – dice l’autore – ho parlato della strana relazione che esiste tra la vita e la creazione, ma stavolta lo faccio in modo più diretto. Racconto come un film possa ribellarsi a se stesso, mettendo in discussione la sua stessa ragione di essere». Un gioco, chiarisce il regista, «metacinematografico e pirandelliano, che mette in discussione anche l’etica stessa dell’affabulatore. L’autore, come nel caso di questo film, ricorre all’autofiction per dipanare le sue diverse trame. Parla di sé stesso, in modo criptico, e dell’influenza che ha su di lui ciò che lo circonda». Eppure dei limiti dovrebbero esistere: «Ci sono aspetti delle altrui esistenze che sono preclusi anche all’autore? Oppure, in quanto tale, egli gode del diritto illimitato a trarre ispirazione da tutto ciò che lo circonda? Quali sono i confini dell’autofiction? Ci si può appropriare di tutto, compreso l’altrui dolore?».

Nel tessuto di Amarga Navidad (dal 21 nei cinema con Warner) si alternano due storie. La prima parla di Elsa (Barbara Lennie), regista di spot pubblicitari, ritratta in un lungo ponte festivo nel dicembre del 2004, la seconda, ambientata oggi, ruota intorno alla figura di Raul, impegnato nella stesura del copione del suo prossimo film, una battaglia impari contro una crisi d’immaginazione che ormai va avanti da tempo: «Volevo avventurarmi in quella zona sconosciuta che è la scrittura di una sceneggiatura, è questo il mistero che, più di tutto, stavolta, mi sta a cuore». Le donne, come sempre, sono presenze cruciali della narrazione, e infatti, accanto, a Elsa, si avvicendano l’assistente del protagonista, Monica, (Aitana Sanchez- Gijon), le amiche Patricia (Victoria Luengo), Natalia (Milena Smit) e, in un piccolo ruolo, Gabriela, affidata a Rossy De Palma. I luoghi, la Madrid del Parco del Retiro come l’isola nera, vulcanica, di Lanzarote («un paesaggio perfetto per sparire, nascondersi, osservare un lutto oppure morire»), si modellano sulle esigenze della vicenda arrivando a rispecchiare sentimenti, passaggi, emozioni.

Cannes, Almodovar con “Amarga Navidad” e Argento per il restauro di “Metti una sera a cena”

I riferimenti, da Pirandello al Fellini di Otto e mezzo, sono evidenti, ma ogni cosa rivive nell’estetica del regista, rimandando il senso di un intimo, inguaribile, sgomento: «Ultimamente mi sono molto isolato – ha dichiarato l’autore in un’intervista su Cahiers du Cinema –, la realtà continua a interessarmi enormemente, ma è vero che la mia vita sociale è molto diminuita, soprattutto se paragonata a quella che avevo tra gli anni ’80 e ’90. In quella fase facevo parte di un gruppo, ero sempre circondato da un sacco di gente, vivevo praticamente in un collettivo». La movida madrilena è una memoria sbiadita: «Tutto questo è frutto di una mia decisione volontaria, ho sentito che dovevo scegliere tra una vita eccitante e una vita lavorativamente ricca. Ho scelto il lavoro, il che non vuol dire che conduca un’esistenza solitaria. Mi appassiono ancora a quello che accade nella mia città, nel mio Paese, nel mondo, ma ho anche scoperto un’altra forma di eccitazione, non fisica, ma ugualmente immensa, derivante dall’essere sempre immerso nei libri, nei film, e nelle cose che scrivo». La luce dell’ispirazione illumina anche i momenti più bui: «È sempre misteriosa, oscura e repentina. Per fortuna, quando appare, è inequivocabile, e l’unica cosa che deve fare l’autore è lasciarsi trasportare. Una volta sviluppata la storia, sceneggiatura o romanzo che sia, deve tornarci su più volte e riscriverla. Il piacere, e ciò che definisce la scrittura, è la riscrittura».

Seguendo il ritmo di Dolore e gloria, in concorso al Festival nel 2019, quasi come se Amarga Navidad fosse un capitolo di quello stesso libro, lasciandosi trasportare dalle note di Libertango nella versione canonica di Grace Jones e di Run Baby Run di Amanda Lear («rappresentano l’apice della music disco della fine degli anni ’70, ancora oggi le ascolto») Almodovar mette in scena tormenti che conosce bene come le crisi di panico, «la sensazione che il tuo organismo stia per collassare senza che tu sappia perché», ma, per ogni angoscia, la medicina è sempre una sola, ed è legata ai tempi lontani in cui la madre, nel villaggio della Mancha dove l’autore è nato e cresciuto, teneva corsi di lettura per persone analfabete: «Leggeva brani e lettere a voce alta, inventando una gran quantità di dettagli per far sì che i testi piacessero di più. Io protestavo, le dice “mamma, stai inventando”, poi, invece, crescendo, ho appreso una lezione fondamentale: la finzione aiuta a rendere la realtà più vivibile».

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