«L’avvocato». «Il poeta». «Il maestro». Insomma, monsieur Paolo Conte, 89 anni, inforca un paio di occhiali da sole con la montatura rossa per difendersi dalla luce dei riflettori o forse dai nostri sguardi. Sta per raccontare molto di sé, come raramente ha fatto: «Tanti sentimenti si rincorrono adesso. Dentro questo libro c’è un bel pezzo della mia vita. Sento l’onore di quello che è stato fatto, sinceramente. È una raccolta con dentro un bel senso di insieme, che dà l’idea del senso compiuto». Tutte le parole delle canzoni di Paolo Conte sono stampate in un libro edito dal Saggiatore. La prima incomincia così: «Se non avessi questa vita morirei». Il libro rivela, cioè, quello che già si sentiva nel cuore: sono versi. Poesie in musica.
In prima fila Caterina Caselli e il fratello Giorgio, tutti i posti dell’Auditorium sono pieni. La Fondazione Ferrero ha organizzato l’incontro, come se fra eccellenze nate in provincia e arrivate ovunque ci si dovesse riconoscenza e reciprocità. Michele Serra domanda al maestro come abbia fatto a schivare sempre la retorica, e il maestro risponde così: «Ci sono tre categorie di persone non ordinarie. Uno è l’intellettuale. L’altro è lo snob, ma lasciamolo stare. Il terzo è il dandy e io lì mi butto. Il dandy avrebbe lavorato come me, con questo metodo di non esagerare, di non lasciarsi prendere dalla retorica, cercando di essere molto sintetico e anche elegante». Ma come nascono le canzoni? «Tante volte mi si chiede dell’ispirazione. Io non ho mai saputo rispondere a un quesito del genere. Ma posso dire che ho sempre scritto prima la musica. Perché il primo godimento me lo dà la musica. Poi con calma, con fatica, con matita e gomma, ho scritto i testi, cercando di farli risuonare. La musica ti dà il senso dei colori. Io ho dato un colore a ogni nota. Il si naturale è il grigio antracite». Dice che certe canzoni sono nate dal pudore, poi però racconta di una canzone nata tutta al contrario. «È capitato in via Antica Zecca a Asti. Arrivo sulla mia Giulietta e vedo una bella donna in mezzo alla strada, che poi si è saputo venire da Torino, mi fermo con stridore di freni e questa qua pensando che io le volessi guardare le gambe, non lo so, mi guarda e fa: “Macaco!”».

Paolo Conte era un avvocato di Asti. Ma un avvocato che prima di incidere il suo primo disco nel 1974 e di mettersi a cantare le sue stesse canzoni con quella voce ruvida e spersa, era già stato in cima alle classifiche con pezzi famosissimi: La coppia più bella del mondo, Azzurro. Insieme a te non ci sto più, Messico e nuvole. Già: «Che voglia dei piangere ho». Per Michele Serra il segreto inestricabile della sua unicità è proprio in questo doppio registro: «Il continuo oscillare fra l’allegria e la sconfitta».
L’avvocato di provincia è andato nel mondo. Il mondo l’ha riconosciuto in qualsiasi lingua, senza bisogno di traduzione. «Ho scritto le prime canzoni sul pianoforte di mio padre, un pianoforte fabbricato a Stoccarda. Mio padre suonava benissimo, molto meglio di me. Quel piano l’ho conservato, poi ne ho avuti degli altri». I genitori gli hanno trasmesso l’amore per il jazz, la madre di Paolo Conte non lo odiava affatto: «Ho avuto un privilegio. Durante il fascismo non si potevano ascoltare musicisti americani e francesi, ma i miei genitori, che erano molto giovani, sono riusciti a trafugare delle partiture e così ho avuto la possibilità di ascoltare questa meraviglia del jazz. Sono stato appassionato per tutta la vita». Paolo Conte e il corpo: «Ballo malissimo. È proprio per quello che sono incantato dai grandi ballerini e dalla grandi ballerine, ecco perché li metto sovente nelle canzoni». Paolo Conte e il tempo: «Il 78 giri con quel fruscio resta il non plus ultra della musica. Forse qui c’è un po’ di nostalgia». Negli ultimi anni la musica ha abbandonato il poeta. «Non l’ho ascoltata per tanto tempo. Confesso, niente di grave, ma ho avuto un po’ di problemi di depressione. Io che anche da avvocato mi ritagliavo sempre cinque minuti per correre al pianoforte, ero fissato, non suonavo più. Adesso faccio una cosa che mi tira su di morale. Ho una bravissima archivista romena, molto precisa, molto brava, tiro giù tutte le cassette registrate negli anni e ritrovo delle cose che mi piacciono molto. Ma non per nostalgia, perché sento che i miei musicisti suonavano benissimo».
l’evento
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A cura della redazione

Paolo Conte non ha mai preso una tessera di partito: «Devo rifarmi al mio carattere personalissimo. Io mi sono sempre sentito uno spirito libero. Ho fatto tesoro dell’eredità morale che mi ha lasciato mio padre, e lui mi disse: “Non iscriverti mai da nessuna parte, neanche alla bocciofila”». Sanremo? «Lo guardo. Voglio vedere fin dove scendono. Lo guardo pochi minuti, poi spengo. Un po’ di curiosità ce l’ho, ma non ci siamo». Una canzone di altri che avrebbe voluto scrivere lei? «Ce ne sono. Non tante, ma ce ne sono. Va beh, facciamo una scelta al volo: El me indiriss» di Jannacci e Bisanzio di Guccini». Il maestro racconta della sua passione per l’enigmistica, così finisce per raccontare anche di Timbuctù che non ha mai visto, ma utile per fare rima con le gambe di Babalù.
Poi ognuno ha la sua frase. Quella delle lacrime o della meraviglia. Libertà e perline colorate. Il sandwich e un po’ di indecenza. Tutto un mondo evocato: i taxi, gli impermeabili, Parigi, le avances. Un mondo in bianco e nero, ma colorato: la Topolino amaranto, i gamberoni rossi, il tinello marron, la verde milonga e quell’accappatoio azzurro che sta dentro a una delle più belle canzoni d’amore mai scritte. Come un Salgari della canzone, Conte è sempre rimasto lì dove è nato. Adesso, con quello sguardo che è una veranda, dice: «Noi astigiani siamo fatti così. Siamo un po’ tagliati con la scure».
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