TORINO. «L’accordo tra Trump e Putin sul petrolio è pericolosissimo», dice Giorgio Arfaras. Secondo l’economista del Centro Einaudi di Torino, lo stop alle sanzioni sul diesel di Mosca significa «rinunciare a utilizzare le pressioni» decise per «arrivare a un compromesso accettabile» in Ucraina. Dietro la mossa di “The Donald”, una clamorosa inversione di rotta, c’è un intento elettorale: «Il prezzo del carburante, negli Stati Uniti, è esploso. In questo modo il presidente punta a ottenere un vantaggio» in quella classe media furibonda per i costi fuori controllo, ben oltre i 6 dollari al gallone.
Gli ultimi sondaggi sono impietosi: l’indice di gradimento è crollato al 37 per cento e, se per risalire tocca sdoganare lo Zar, a questo punto poco importa. Dal punto di vista del mercato, le 300.000 tonnellate di gasolio, alle quali se ne aggiungeranno altre 500.000 a novembre e un altro milione subito dopo, non saranno decisive. «Sul prezzo pesa in parte la mancanza di barili rispetto a prima, per effetto del blocco di Hormuz, ma soprattutto non c’è una capacità di raffinazione sufficiente», prosegue Arfaras. C’entra la guerra, ma anche un certo atteggiamento europeo che, negli anni, ha fatto finta che del greggio non ci fosse più bisogno.
Il nodo, però, «è soprattutto politico. Qualche tempo fa Trump aveva detto agli europei di svuotare i magazzini delle scorte». Una svolta sorprendente, ragiona, per chi aveva colpito le entrate energetiche del Cremlino con una legge bipartisan approvata dal Congresso. «Il trucco è questo: apri una breccia nel muro contro muro tra Kiev e Mosca, favorendo la Russia. Dal mio punto di vista – ragiona Arfaras – si tratta di pura demagogia, per dire al popolo americano: “Signori miei, fra poco si vota, ma come vedete io penso al tenore di vita del popolo che mi ama”».
Il retroscena
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A Wall Street, però, finora l’accordo ha mosso poco. La giornata di ieri è stata dominata da un altro dossier, l’Iran. Il Brent ha oscillato tra 102,50 e 105 dollari al barile, prima di chiudere a 104,72 dollari, in rialzo dello 0,4 per cento, come il Wti. A guidare le traiettorie è sempre la Casa Bianca: ecco perché, secondo gli gli esperti della banca d’affari Baird, «non c’è margine» per scommettere su una direzione. «Bisogna chiaramente vedere se il tutto verrà realmente applicato e in quali tempistiche. E poi l’eventuale reazione europea» conferma Carlo Alberto De Casa, analista per Swissquote. «Per i mercati comunque si tratterebbe di una mossa che andrebbe a ribilanciare lo squilibrio fra domanda ed offerta di questi mesi».

Il settore energetico si annuncia come il più ricco della stagione delle trimestrali, che parte la prossima settimana. Secondo i dati Lseg, si stima una crescita degli utili del 123 per cento su base annua, la più alta tra i comparti dell’S&P 500. Il conto, semmai, lo pagano altri. Quel mare di gente a cui si rivolge l’azzardo di Donald, che mette Zelensky con le spalle al muro. Delta Air Lines ha chiuso l’estate sotto le attese e quest’anno deve assorbire 6 miliardi di dollari in più di costi per il carburante. Poi ci sono i consumatori americani, i cui acquisti rappresentano circa il 70 per cento dell’economia Usa.
Il caso
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dal nostro inviato Marco Bresolin

Secondo l’Università del Michigan si aspettano un’inflazione al 4,7 per cento nei prossimi dodici mesi, contro il 3,4 per cento di febbraio, prima della guerra con l’Iran. La fiducia cala soprattutto tra i redditi più bassi. Il diesel a sconto promesso da un Trump affamato di consenso, conclude Arfaras, parla soprattutto a loro.
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