Tre milioni e seicentomila anni fa, a Laetoli, in Tanzania, alcuni australopitechi attraversarono uno strato di cenere vulcanica ancora umida. Camminavano eretti e procedevano nella stessa direzione, lasciandosi dietro una fila di impronte lunga quasi trenta metri. Erano in due, forse in tre, e sembra che uno di loro abbia camminato sulle orme di chi lo aveva preceduto. Poi la cenere si asciugò e diventò dura come il cemento, e le eruzioni successive la coprirono con nuovi strati. I passi rimasero lì sotto finché, nel 1978, il gruppo di Mary Leakey non le riportò alla luce.
Quei segni hanno permesso agli scienziati di ricostruire il modo in cui i piedi toccavano il terreno e almeno in parte l’andatura di chi li aveva lasciati, mentre invece le ragioni della partenza e la destinazione – come anche la relazione fra questi individui – sono scomparse per sempre. È forte per noi contemporanei la tentazione di immaginare che fossero un gruppo, magari una famiglia, una comunità, e che stessero andando insieme verso una meta. Che cosa trasforma, però, dei passi paralleli in un cammino comune?
Se di questi antenati ci rimangono poche tracce, quelle che raccogliamo oggi sono al contrario innumerevoli: il nostro mondo è pieno di grafici e rapporti che registrano l’aumento delle temperature e il lavoro che cambia, che ci spiegano come le macchine stiano imparando a svolgere dei compiti che pensavamo solo nostri e che ci descrivono scenari di guerra e di riarmo che tornano a occupare un orizzonte possibile anche in questa parte di mondo. Anche le nostre tracce, sebbene costituiscano un enorme contenitore di informazioni, non sono sufficienti a darci l’idea di star attraversando insieme questi tempi difficili. Al contrario, è molto difficile sentire che oggi l’umanità stia andando nella stessa direzione, e d’altra parte le sfide del contemporaneo non toccano tutte le persone allo stesso modo, se è vero che esiste chi può scegliere e chi ne viene trascinato, chi stabilisce quali perdite siano accettabili e chi scopre di essere fra quelle perdite.
La sensazione diffusa è di trovarsi in un guado, come chi ha lasciato una riva e non vede ancora l’altra. Victor Turner descriveva come liminale questa condizione e la definiva betwixt and between, come dire “né di qua né di là”. Quando la vecchia identità ha perso la sua presa e quella nuova deve ancora acquistare una forma, nel mezzo diventano incerti perfino i gesti abituali e le parole con cui ci si racconta, i progetti e la misura di ciò che sembra possibile.
È in questo modo che la medesima trasformazione può dare potere a qualcuno e toglierlo a qualcun altro, apparire come un’occasione o una minaccia, se non addirittura una perdita già avvenuta. I dati possono descrivere il fenomeno generale, mentre la paura tocca la vita concreta, e anche per questo lo smarrimento assume spesso la forma di una colpa privata: ci si sente fragili, lenti, incapaci di adattarsi.
Simone Weil chiamava metaxu, parola greca che indica ciò che sta in mezzo, le cose che separano e nello stesso tempo collegano. Per spiegare questa idea usava l’immagine di due prigionieri chiusi in celle contigue, che comunicano battendo colpi sul muro. Quel muro è lo stesso per entrambi, ma a renderli una comunità può essere solo la risposta che il colpo dell’uno riceve dall’altro, la vicinanza da sola non è sufficiente. Rispondere crea un vincolo, perché da quel momento la sorte dell’altro entra nelle nostre decisioni e modifica il passo che credevamo soltanto nostro.
Attraversare insieme somiglia più a quello scambio di colpi che a una marcia, vuol dire ascoltare la paura di qualcun altro e lasciare che qualcuno raccolga la nostra. E senza evitare il conflitto, che è un modo di restare in relazione se si ha lo scopo comune di comprendere meglio, e se alla base esiste la fiducia che due persone possano leggere diversamente il terreno e continuare in ogni caso a rispondersi. L’accordo arriverà forse più avanti, oppure resterà parziale, ma in ogni caso la relazione impedirà che ciascuno venga lasciato solo nella propria cella. È solo in questo modo che dei passi paralleli possono diventare, qualche volta, un cammino collettivo, e del resto è solo questa convinzione che può portarci ad accettarne anche le inevitabili criticità: può farci rallentare, costringerci a cambiare direzione, ma può anche mostrarci un ostacolo che sarebbe rimasto invisibile ai nostri occhi, e riconoscere che il costo del percorso ricade in modo diseguale.
Attraversiamo. Lasciare/Approdare è il titolo della quarta edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, che torna a Piacenza dal 24 al 27 settembre. Per quattro giorni, oltre centotrenta ospiti dall’Italia e dall’estero si incontreranno nelle piazze e nei teatri che l’anno scorso hanno accolto venticinquemila persone, per cercare di tessere un terreno comune intorno alle grandi domande dei nostri giorni.
Dei nostri antenati di Laetoli non sapremo mai se camminassero insieme o soltanto nella stessa direzione. Forse di noi rimarranno molte più tracce, ma quello che racconteranno dipenderà dalle risposte che saremo riusciti a darci mentre eravamo ancora in cammino.
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