«La regola zero: quando una figura di potere demanda con estrema urgenza di effettuare un’operazione finanziaria improvvisa in chi la riceve deve sorgere un dubbio». Quando il precetto di un investigatore di lungo corso della sezione Cybercrime dei carabinieri non viene seguito ci si può far male. Il conto più salato da 39,5 milioni lo ha pagato, tra il 23 e il 25 febbraio, Fideuram Intesa Sanpaolo private banking, che con il suo allora presidente Paolo Molesini, è caduta in un sofisticato raggiro noto come Ceo fraud, la truffa dell’amministratore delegato.
Il caso
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Negli ultimi mesi, però, nella rete di organizzati di presunti gruppi transnazionali sono finiti anche manager di altri due istituti di credito italiani: Banca Ifis e una piccola banca di credito cooperativo. La prima ha rischiato di veder svanire in conti correnti esteri e piattaforme di criptovalute 24 milioni di euro (20 – fa sapere la banca fresca di cambio al vertice dopo le dimissioni dell’ad Frederik Geertman – sono stati recuperati), la seconda la più modesta somma di 2 milioni. Le denunce delle tre banche hanno generato altrettanti fascicoli in procura a Milano per truffa e di sostituzione di persona.
Di immediata comprensione la prima ipotesi di reato, meno intellegibile la seconda. Il meccanismo di queste tipologie di truffe vede i criminali assumere le identità di vertici, dirigenti e avvocati per corroborare le loro istanze truffaldine. In loro “aiuto”, da circa un anno e mezzo, – registrano gli inquirenti – c’è un uso distorto dell’intelligenza artificiale. Con software e computer assai potenti è possibile arrivare a camuffare la voce, dopo averla campionata da video trovati in rete, della persona che impartirà l’ordine o si fingerà intermediario dell’operazione. Spesso sono preparati dei discorsi introduttivi e delle frasi con le potenziali risposte alle domande che provengono dalla vittima all’altro capo del telefono.

È successo anche a Molesini, che ha rassegnato le dimissioni il 12 marzo. L’esca viene gettata con un messaggio WhatsApp il 23 febbraio scorso. Il mittente apparente è Carlo Messina, l’amministratore delegato di Intesa. Il numero è diverso da quello che il presidente di Fideuram ha registrato in rubrica. I toni usati e il contenuto della conversazione che segue, tuttavia, non insospettiscono Molesini. «A breve verrai contattato – il senso del contenuto dei messaggi inviati dal sedicente ceo di Ca’ de Sass – da un avvocato dello studio legale A&O Sherman per concludere l’acquisizione di una banca internazionale che non può essere acquisita direttamente da Banca Intesa San Paolo perché un’eventuale fuga di notizie causerebbe lo stop della Consob». Alcun dubbio sorge in Molesini anche in virtù di un precedente risalente nel tempo: la sfumata acquisizione di Generali.
Lo stesso giorno il numero numero della private bank viene contattato dall’avvocato. Si scopre – leggendo gli atti – che il nominativo del professionista, che esiste ed è associato allo studio internazionale, sarebbe stato speso anche per un approccio con l’amministratore delegato di Bper Banca. Tornando a Fideuram l’avvocato non si interfaccia solo via mail: lo scambio di documentazione è accompagnato anche da telefonate. Solo dopo si scoprirà che non era lui a parlare. Lo stesso trucco viene usato anche per simulare la voce dell’amministratore delegato di Fideuram, Lino Mainolfi, per convincere il responsabile dei pagamenti della banca a effettuare gli 11 bonifici indicati da Molesini. Solo con i complessivi 95 milioni già bonificati su diversi conti correnti, tra Cina e Portogallo, viene contattato il vero Messina che dice di non sapere nulla dell’operazione.
Tramite la collaborazione bancaria internazionale Fideuram riesce a bloccare e farsi restituire 42,5 milioni giacenti su un conto della Bank of China. Altri 13,1 vengono congelati in via amministrativa da una banca del Portogallo, prima che intervenga un decreto di sequestro preventivo del gip di Milano. I restanti 39 milioni e mezzo – viene annotato dagli inquirenti – «andavano perduti risultando essi già riversati su altri conti esteri, e di qui nuovamente girati su altri istituti di credito per poi confluire tutti su degli Iban riconducibili a banche operanti su cryptovalute».
L’analisi dei flussi svolta dagli investigatori del Nucleo investigativo di Milano, coordinati dai pm Eugenio Fusco, Alfonso Serritiello e Barbara Benzi, portano a individuare il titolare di un rapporto bancario su cui transitano, dopo vari passaggi, stablecoin per un controvalore di poco meno di quattro milioni di euro. È un cittadino israeliano di 48 anni che viene indagato in concorso con ignoti.
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