Sette e trenta del mattino. I prezzi alla pompa in molte stazioni non sono ancora aggiornati. Ma è uno dei primi clienti a dare la notizia dell’aumento delle accise sul gasolio a un distributore in via Ardeatina, a Roma. «Io non lo sapevo ancora, il cliente sì», racconta qualche ora dopo il benzinaio. «L’attenzione è enorme. Sorprende anche noi. Posso dirti una cosa, te la dico per certo. Tutti, tutti ci chiedono: e dopo che succede?».
Dietro quel “dopo” c’è il timore diffuso che i prezzi continuino a salire. Che finito il tetto ai prezzi deciso dalle grandi aziende petrolifere, che esaurita l’azione mitigatrice del taglio delle accise, si innesti l’irreparabile. E si arrivi presto allo spettro dei tre euro al litro per gasolio e benzina.
Per chi fa uno, due pieni al mese, sei centesimi si traducono per ora in due, quattro euro al mese, considerato un pieno medio introno ai 100 euro.
Ma per capire l’effetto del caro benzina sulla vita delle persone, delle imprese, bisogna guardare a chi in strada lavora. Pmi, l’ossatura imprenditoriale del Paese. «Noi abbiamo tre furgoni e sei operai montatori. Vendiamo e montiamo camerette a domicilio. Se fino a qualche anno fa il costo del carburante era di 2.000 euro al mese, oggi è 2.650». Marco Dibari è il titolare di Mondo Camerette. Un’azienda pugliese che lavora soprattutto nelle province tra Bari e Foggia.

Nell’ultimo anno ha registrato 8.000 euro in più di spese per il carburante. «Il nostro servizio è di trasporto e montaggio. Il costo del gasolio finora non lo abbiamo fatto pesare sul cliente. Ma non sappiamo quanto questa situazione potrà andare avanti», spiega.
Gli effetti sulla vita dell’impresa già ci sono. Perché costi più alti si traducono in rinunce. E al momento la rinuncia è a nuove assunzioni. «Ne abbiamo bisogno. Il nostro lavoro è aumentato negli ultimi anni, ma il costo del carburante lo dobbiamo ammortizzare in qualche modo. E per ora lo ammortizziamo rinunciando al settimo montatore. Non abbiamo alternative», ammette Dibari.
l’intervista
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Una piccola realtà è specchio di un meccanismo più grande. Racconta un Paese in difficoltà. Un Paese dove anche sei centesimi fanno la differenza. «I miei ragazzi hanno una carta prepagata per fare rifornimento, un plafond di mille euro per il carburante di ogni furgone. Durava un mese fino all’anno scorso. Oggi l’11 è già finito e tocca ricaricare la carta. Domani finirà il 10, il 9». calcola l’imprenditore. «Credo che l’Italia stia sottovalutando la gravità della situazione», conclude.
GLI AUMENTI
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Confimprenditori denuncia la decisione del governo di porre fine al taglio delle accise. Parla di un rapido ritorno alla tragedia di sempre. E lo scenario non lascia molto spazio all’immaginazione. «Ogni mattina gli imprenditori italiani si alzano senza la certezza di poter girare la chiave per aprire la propria attività», ha commentato Stefano Ruvolo, presidente dell’associazione.
Prima il costo dell’energia, con l’aumento del gas. Poi quello dei carburanti. In 4 anni, denunciano, è stata tempesta perfetta. Su scala diversa, ma sempre in strada, lavorano le imprese del trasporto.

Alessandro Peron, segretario generale di Fiap, denuncia la situazione del settore da mesi. «Finora il settore è andato avanti con i sostegni, e vanno bene. Ma la verità con cui dobbiamo imparare a fare i conti è che il prezzo del carburante non scenderà più», ragiona Peron.
Rappresenta aziende che hanno 15, 30, ma anche 500 camion di grandi dimensioni. E i grandi soffrono come in piccoli. «Oggi non si è ancora affrontato il motivo dell’aumento a fronte di un prezzo al barile del greggio rimasto fermo. Ed è che mancano le raffinerie, bombardate nella guerra tra Russia e Ucraina».
Peron critica la scelta di non aver investito prima nelle energie alternative. «La politica di neutralità energetica è stata fallimentare. Se avessimo investito di più sul biodiesel o sull’elettrico non ci saremmo trovati in questa situazione», aggiunge.

Mentre l’Italia affronta le accise, a livello geopolitico la situazione in Medio Oriente rischia di aprire un nuovo fronte. Vitol, il più grande trader al mondo di petrolio, ha lanciato l’allarme navi. «Non ci sono più petroliere. Mancano le navi per riportare il petrolio nelle raffinerie», ha detto l’amministratore delegato Russell Hardy. Troppa domanda, offerta bloccata. Un collo di bottiglia logistico che nei prossimi mesi minaccia di creare ancora più tensioni sui mercati. E centesimi, molti centesimi in più alla pompa.
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