Big tech, il costo delle alleanze e il prezzo dell’indipendenza. Così il Tycoon censura l’editoria

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Venti gennaio 2025, nella Rotonda del Campidoglio di Washington, i padroni dell’universo digitale in prima fila all’inaugurazione di Donald Trump. Ordinati e soddisfatti come scolari al saggio di fine anno. Più miliardi in quelle sedie che nel Pil di molti Stati messi insieme.

Nei mesi precedenti era già in corso una gara di devozione degna di una corte rinascimentale. Zuckerberg aveva inondato Trump di messaggi adulatori. Bezos arrivò a criticare il proprio giornale, il Washington Post definendolo un cattivo investimento. Trump ha poi imparato a mostrarli come trofei: «Nel 2016 mi odiavano. Guardate come sono adesso»: «Groveling», commentò Musk: ovvero prostrazione. «Di prima classe».

Nel giro di pochi mesi Trump ricambiò: chip per l’Ai liberi da ogni limite all’export, data center approvati in corsia preferenziale, rimossi i tentativi di regolamentare l’intelligenza artificiale. Le Big Tech annunciarono investimenti combinati per 1.400 miliardi di dollari sul suolo americano. Le loro azioni salirono ai massimi storici. Un’alleanza industriale costruita su un inchino e cementata con un assegno da mille miliardi.

La stessa politica che regalava deregolamentazione ai propri amici brandiva il bastone contro chiunque non stesse nel cerchio. Lo strumento si chiama Fcc, la commissione regolatoria delle telecomunicazioni, diventata una leva di pressione editoriale di precisione chirurgica. Le emittenti hanno bisogno di licenze. Le fusioni hanno bisogno di approvazioni. Chi controlla la firma, controlla il prezzo. E il prezzo si paga in indipendenza giornalistica.

Il caso di “60 Minutes”, l’acclamato programma di informazione della Cbs è da manuale. Il 1° luglio 2025, mentre la fusione Paramount-Skydance era in attesa di approvazione, Cbs pagò a Trump 16 milioni di dollari per chiudere una causa sul programma. Sei giorni dopo la fusione fu approvata. Il nuovo proprietario installò una direttrice editoriale senza un giorno di esperienza televisiva. Seguirono dimissioni, licenziamenti, servizi bloccati per interferenza politica. Del corpo originale dei sette storici giornalisti, ne restano tre. Il “Late Show” di Colbert colpevole di aver definito il pagamento «una grossa bustarella», cancellato.

Non è censura formale. È più sottile: la privatizzazione della pressione editoriale. Il nuovo proprietario deve sapere cosa fare. Trump si rivela così non il nemico dei poteri forti, contro cui spesso si era scagliato sull’onda degli slogan Maga ma il giudice esattore.

Sul fronte europeo la stessa logica opera in chiave commerciale. L’Europa cercava di far pagare alle Big Tech una quota fiscale sui ricavi generati nei propri territori, le Digital Services Tax (Dst), erano già state adottate da Francia, Italia, Spagna e altri come misura provvisoria in attesa di un accordo Ocse globale. Il 20 gennaio 2025, lo stesso giorno del giuramento, Trump ritirò gli Usa da quei negoziati. Fine della prospettiva multilaterale. La Commissione europea ha ripreso i lavori per una Dst comunitaria capace di generare 37-40 miliardi di euro l’anno.

La risposta di Trump? Minaccia di dazi al 100% sulle merci di qualsiasi paese iniziativa di Dst. La Corte Suprema ha limitato i poteri tariffari dell’amministrazione nel febbraio 2026, ma come strumento psicologico funziona benissimo: divide l’Europa, scoraggia le scelte fiscali più coraggiose, penetra profonda nel sistema mediatico e tiene broadcaster pubblici ed editori privati nell’incertezza proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di risorse stabili per attraversare la transizione digitale.

Una transizione che non è solo tecnologica. È identitaria. Le frequenze televisive erano l’antenna della comunità: il luogo in cui una nazione si raccontava e si riconosceva. Arte, il canale franco-tedesco voluto da Mitterrand e Kohl, primo esperimento riuscito di identità culturale europea, rappresenta oggi sia il modello che la posta in gioco: un broadcaster pubblico che ha scelto di non chiudere i recinti all’innovazione, ma di scommettere su serialità, durate, linguaggi narrativi evoluti. Costruire pubblici e cittadini ben consapevoli, non catturare emozioni. Una scommessa che però richiede una politica disposta a sostenerla.

C’è un aneddoto che chiude questa storia meglio di qualsiasi argomento teorico.

La Statua della Libertà è nata da un’idea francese come dono agli americani e un giornale francese si fece portavoce della prima raccolta fondi. La Francia finanziò la statua, agli americani spettava solo il piedistallo. Il governo federale si rifiutò di pagarlo. Lo stato di New York declinò. La statua arrivò smontata in 214 casse, ferma sul molo.

Fu Joseph Pulitzer, immigrato ungherese, editore del New York World, a sbloccare tutto. Dalle colonne del suo giornale lanciò un’altra sottoscrizione popolare: avrebbe pubblicato il nome di ogni donatore, qualunque fosse la somma. Risposero operai, studenti, immigrati, bambini. Raccolse 102mila dollari, quasi tutti con donazioni inferiori a un dollaro.

Pulitzer è lo stesso uomo che ha fondato la scuola di giornalismo più prestigiosa degli Stati Uniti e al cui nome è dedicato il premio che riconosce il miglior giornalismo investigativo americano, lo stesso giornalismo che oggi l’amministrazione Trump cita in giudizio, minaccia e cerca di comprare.

Duecentocinquant’anni fa gli Stati Uniti dimostrarono all’Europa che i cittadini potessero governarsi da soli. Oggi l’Europa potrebbe ricambiare il favore: mostrando che esiste una politica con la schiena dritta, che difende l’informazione pubblica invece di usarla come merce di scambio.

La Statua della Libertà, il simbolo più iconico della libertà americana, è stato letteralmente costruito da due giornali da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Non dal governo. Non dai miliardari. Oggi quell’idea è in pericolo, non il monumento di rame nella baia di New York, ma il principio che rappresenta. A difenderlo, non ci saranno le Big Tech, ma editori avveduti, giornalisti e cittadini che li leggono. Se riconoscono il valore e l’importanza di ciò che c’è in gioco, dietro la torcia tenuta alta dalla Statua della Libertà.

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