Bozzetto: “Mina non partecipò al mio film, per fortuna Zerocalcare ha sdoganato il cartoon”

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«Allegro non troppo l’ho rivisto dopo tanto tempo e mi sono complimentato con me stesso: non è invecchiato né tecnicamente, né dal punto di vista dei contenuti, ancora divertenti e attuali: la paura di invecchiare, la autodistruttività dell’uomo, l’alternarsi delle specie sulla Terra, la cornice live in bianco e nero con l’orchestra di anziane in abiti d’epoca… Natura e umanità sono i temi che ho sempre privilegiato. Con la guerra spesso al centro della mia satira». Sul palco della Milanesiana, dove gli è stato consegnato il premio Maestro del Cinema in contemporanea con “l’allievo” Nichetti, di Bruno Bozzetto è stata festeggiata l’attività lunga quasi 70 anni e i 50 di questo suo capolavoro. Il David di Donatello alla Carriera – che ha ricevuto poche settimane fa e a cui sul proprio sito «per coerenza» ha fatto impugnare una matita al posto dello spadone – è un’ulteriore conferma dell’importanza del suo nome nella storia del nostro cinema.

Ai David ha spiazzato: “Grazie perché con questo premio riconoscete che l’animazione è cinema”.
«È una vita che lotto contro il pregiudizio dell’animazione come genere a parte e per bambini. Ho approfittato di quel momento per ricordare il limbo in cui è relegata, che la sminuisce. I miei lungometraggi sono non, genericamente, film animati, ma un western (West & Soda), una commedia (Vip, mio fratello superuomo), un musical (Allegro non troppo). Un esempio: proposi a Mina di collaborare a un mio film e lei non accettò perché vittima di questa trappola: un film per bambini non era il suo target. E penso invece all’intelligenza di Piero Angela: i cento e più corti che realizzai per lui erano “film di divulgazione scientifica”. La tecnica è solo un mezzo: è il contenuto che ti definisce».

Qual è lo stato dell’arte in Italia?
«Non tanto buono. Tecnicamente non siamo secondi a nessuno: ormai ogni nuova tecnologia è subito di tutti. Il nostro problema sono i budget: l’animazione è molto costosa. L’unico riferimento produttivo è la Rai, ma ha il limite degli orari in cui colloca i cartoon che ne definiscono il pubblico: quello più giovane. Però qualcosa si muove: il caso Zerocalcare (un genio) fa ben sperare. C’è solo da sperare che altri seguano l’esempio di Netflix».

Lei puntò sull’animazione proprio perché economica, giusto?
«I miei primi filmini erano esperimenti live, coinvolgevano amici e parenti. Ma disegnare avevo sempre disegnato e l’animazione potevo farla da solo. In Italia però non se ne sapeva nulla e non c’era nulla: o si ricorreva a macchinari e materiali comperati a caro prezzo all’estero, o ci si doveva arrangiare».

E lei si arrangiò?
«Lo fece mio padre che era un genio delle piccole invenzioni domestiche. Vedendo un figlio che sognava di fare quello che allora solo Disney faceva mi sostenne in questa scelta assurda. Mi ero iscritto a legge, feci anche qualche esame, ma la pubblicità funzionava, iniziai a guadagnare, e smisi gli studi. A mio padre devo molto, se non tutto».

Era ventenne quando il suo primo corto finì a Cannes.
«Sì, ma in un festival parallelo a quello del cinema, solo per disegni animati. Avevo per le mani questo film amatoriale, in 16 mm, Tapum. La storia delle armi: come farlo vedere? Chiesi al direttore della Cineteca di Milano Walter Alberti e lui mi suggerì di contattare questo festival. Lo mandai, lo selezionarono. E mi ritrovai in compagnia dei massimi geni del tempo: Norman McLaren maestro della scuola inglese, Richard Williams il futuro papà di Roger Rabbit, i ragazzi della jugoslava Zagreb Film. Ho scoperto un mondo. E poi accadde qualcosa che cambiò tutto».

Colpo di scena! Cosa?
«Il critico Pietro Bianchi, uscendo annoiato da una proiezione del festival, sentì una musichetta uscire da una sala: si incuriosì ed entrò. Era il mio film. Il giorno dopo scrisse sul Giorno una recensione entusiasta che mi risparmiò almeno 10 anni di gavetta. Fu un bel calcione nel sedere».

Due anni dopo, nel 1960, fondava la sua casa di produzione.
«Erano gli anni di Carosello, vincevamo premi importanti, eravamo noti e contesi. Era bello lavorare per la pubblicità. Le agenzie non esistevano e tu ti interfacciavi con il cliente. Che voleva una sola cosa: il fondamentale “codino” in cui si parlava del suo prodotto in chiusura. Per il resto: carta bianca. Alcuni personaggi, come Unca Dunca, divennero famosissimi. Quando arrivarono le agenzie la libertà si ridusse. Ma ormai avevo eccellenti collaboratori, potevo demandare il lavoro commerciale per dedicarmi alle mie passioni. Come ha detto Nichetti alla Milanesiana, “stavo a casa ad ascoltare musica”».

Scherzava o non troppo?
«Era vero ma era un lavoraccio: scegliere la colonna sonora di Allegro significava selezionare i brani giusti tra centinaia e poi ascoltarli fino a impararli a memoria per abbinarli alla storia che volevi raccontare. Comunque in quel periodo i veri creativi di tanti spot furono Nichetti e Manuli, io davo l’approvazione finale. Lavorare con le persone giuste è stata la cosa migliore che mi potesse capitare. Per esempio: l’idea di un’orchestra di vecchine in Allegro fu di Manuli: nuova, economica, divertente».

“Allegro non troppo” compie 50 anni.
«L’ho rivisto dopo tanto e mi sono complimentato con me stesso: non è invecchiato né tecnicamente, né dal punto di vista dei contenuti, ancora divertenti e attuali».

Tuttavia non ebbe vita facile. O almeno non in Italia.
«In America uscì subito, invece da noi la Cineriz lo rifiutò: non era né per bambini né per adulti (da come lo dissero pensavano al porno). Alla fine lo prese un piccolo distributore che l’aveva visto negli States. Sbancò: sale strapiene di ventenni (“tutti uguali, capelli lunghi e pantaloni a zampa”, li descrisse una cassiera) che nessuno aveva preso in considerazione e che invece sarebbero diventati il pubblico trainante del cinema».

Dopo vinse quasi tutto. La facilitò nel suo lavoro?
«Direi di no. Dopo un grande successo tutti si aspettano un successo ancora maggiore. Inoltre i tempi stavano cambiando: fin lì mi ero prodotto da solo, ma ora i costi accresciuti imponevano la presenza di un finanziatore, che non trovai. Avevo un bel progetto – un film che assemblava corti di fantascienza tratti da racconti di grandi autori – ma restò nel cassetto».

Intanto c’era il signor Rossi. Avrebbe mai immaginato che il suo ometto avrebbe avuto vita così lunga?
«Era nato per un corto, Un Oscar per il signor Rossi. Poi, dovendone fare altri che raccontavano le peripezie dell’uomo qualunque alle prese con la contemporaneità, pensai di usare sempre lui, invece di inventarmi ogni volta protagonisti diversi. Fu la mia e sua fortuna».

Circa trent’anni dopo, agli Oscar arrivò davvero con “Cavallette”.
«Mi ci trovai a mia insaputa. Non vinsi, però partecipai: arrivammo al red carpet su un’enorme Cadillac rosa col produttore vestito da pirata con tanto di benda sull’occhio e cappello piumato».

Avrebbe fatto anche un film live “Sotto il ristorante cinese”. Come mai?
«È stato un esperimento e un ritornare al mondo da cui ero partito. Ma che faticaccia! Nei cartoon hai tutto sotto controllo, niente problemi di meteo o capricci d’attori, con il cinema live invece sei sempre in emergenza con problemi da risolvere al volo. Mi sono divertito, per carità. Ma come dico sempre, ho fatto due film in uno: il primo e l’ultimo».

A 88 anni, è l’ora di una pensione?
«Anche se ormai è mio figlio Andrea ad avere preso il testimone e sta lavorando su una nuova serie da 50 episodi dedicata al Signor Rossi, Tempi moderni, sto progettando un gioco da tavolo tratto dal fumetto Doggy che mi inventai durante il Covid. E il Museo del Cinema di Torino mi ha coinvolto nella mostra sui dinosauri in preparazione».

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