«Scusate, sono sotto Tachipirina», dice Elly Schlein ai giornalisti in Transatlantico. Il brutto raffreddore che l’ha colpita da qualche giorno è un’ottima scusa per evitare di fermarsi a rispondere alle domande. Non sulla legge elettorale appena approvata, che ha diffusamente demolito nel suo intervento in Aula, ma del suo rapporto con Giuseppe Conte. Gelido come non si percepiva da molto tempo. I due si evitano, ormai è evidente anche ai più distratti.
Ieri a Montecitorio nessun contatto, nemmeno un rapido saluto. In Aula lui ha ascoltato in piedi, vicino alla porta, il discorso di lei, senza mai annuire o applaudire. E, diversamente da altre occasioni, non un applauso alla segretaria Pd è partito dai banchi 5 stelle, dove pure c’era condivisione pressoché totale delle sue argomentazioni contro Giorgia Meloni.
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Legge elettorale, ora il Melonellum: cosa cambia per gli italiani e come si voterà
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C’è tensione. Ancora di più dopo che la segretaria del Pd ha sostanzialmente dato del bugiardo al presidente del Movimento 5 stelle. Negando, a scoppio ritardato, che lui le abbia mai proposto la soluzione del «terzo nome» per evitare le primarie fratricide. Una smentita arrivata dopo giorni in cui l’ex premier ha ripetuto più volte in pubblico di averle chiesto la sua disponibilità a un passo indietro congiunto, per fare strada a un “federatore”. E che lei ha respinto subito l’ipotesi. Prima Schlein è rimasta in silenzio, trattenendo l’irritazione per vedersi dipinta come l’ambiziosa senza scrupoli del gruppo. Poi dal Nazareno hanno fatto filtrare la sua versione dei fatti: all’ultimo incontro si è parlato «solo di primarie», Conte non ha mai suggerito l’idea del «terzo nome». Ma ieri sera, ospita a Porta a Porta, il leader M5s ha confermato tutto, aggiungendo che Schlein ha detto no perché «legittimamente vuole fare la candidata premier».

Uno dei due mente. E non è un bel presupposto per iniziare a discutere, da qui a fine mese, di programma e regole delle primarie. Secondo Angelo Bonelli, «è molto improbabile che Conte si sia inventato una cosa del genere e sia andato a dirla anche in tv». Il portavoce dei Verdi ieri si è intrattenuto a lungo con Schlein, rimasti in Aula dopo il voto finale sulla legge elettorale. In precedenza, lei aveva parlato anche con l’altro leader di Avs, Nicola Fratoianni, appartati nel corridoio fumatori di Montecitorio insieme al fidato Igor Taruffi. Un modo per recuperare l’assenza della segretaria al pranzo a tre di mercoledì (Conte-Fratoianni-Bonelli) al ristorante di Montecitorio. Presi in mezzo nella partita per la leadership che giocano i due alleati maggiori, non passa giorno senza che i capi di Avs esternino la loro preoccupazione: «Stiamo lanciando un messaggio che non è positivo per il Paese», insiste Bonelli. Ma, soprattutto, non lo è per gli elettori del centrosinistra, ancora meno per gli indecisi che si vorrebbe intercettare.

L’impressione è che tra i protagonisti della possibile alternativa resti irrisolto un problema di fiducia. Nel Pd è dura trovare oggi qualcuno disposto a mettere la mano sul fuoco sulla lealtà del presidente M5s. «Non ci possiamo fidare, Elly non deve fidarsi: fino all’ultimo lui potrà scartare – dice un deputato dem della maggioranza schleiniana -. Se perde le primarie e capisce che il centrodestra non arriverà al 42%, Conte potrebbe chiamarsi fuori, in modo che il prossimo Parlamento si formi con il proporzionale puro e le carte possano rimescolarsi». Scenario non impossibile, a guardare i sondaggi.
Insomma, visto che il quartetto Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli condivide una chat di WhatsApp dove scambiarsi informazioni e opinioni, il timore tra i dem è che prima o poi sullo smartphone della segretaria possa apparire una notifica letale: «Giuseppe Conte ha abbandonato»
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