Carlin Petrini, buono, pulito e giusto. Nappini: “Ma non prendiamoci troppo sul serio”

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«Carlin ha lasciato un gran pieno», così mi ha scritto un’amica attivista di Slow Food. E io con gli occhi rossi e il viso gonfio, un po’ stranita, credevo di aver letto male. E invece no. Carlin ci ha lasciato un gran pieno: ha inventato un mondo, buono, pulito e giusto, che non esisteva prima. Di quel mondo ci ha fatto innamorare a migliaia, e attorno a quell’amore si è costruita una moltitudine. Perché per raccogliere e far vivere quel gran pieno che ci ha lasciato serve una moltitudine.

Quel mondo di idee lì, inventato da Carlin e raccontato insieme a Carlo Bogliotti in questo libro, è, a un tempo, immaginifico e radicato a terra, equo e gioioso, originale e popolare, dirompente e dialogante, globale e locale. Questo libro, considerato un vero e proprio manifesto di quello che oggi è «il movimento globale del cibo», mette in ordine una serie di riflessioni che erano tanto lungimiranti nel 2005, da essere del tutto attuali ancora oggi.

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In primis l’approccio: il cibo, che dagli anni Ottanta in poi veniva banalizzato, omologato e declassato a merce per adeguarlo alle necessità industrialiste, è riportato al centro. Diventa addirittura lo strumento attraverso il quale leggere la complessità del mondo. Quando scoprii questo libro, tardivamente rispetto alla sua prima pubblicazione, scoprii il cibo. Cioè lo conobbi attraverso il suo significato. Compresi la sacralità dietro il piacere di nutrirsi: il piacere come diritto dell’umanità, come connotazione dell’esistenza, la necessità del piacere per preservare la vita. Il “buono”. Scoprii la gratitudine verso la Natura: il cibo è il nostro più intimo rapporto con la Natura, madre che generosamente lo dona, e a noi, che siamo suoi figli, animali tra gli animali, fatti quasi interamente d’acqua, spetta il dovere di ricordare che gli interessi del pianeta sono anche i nostri. Il “pulito”. Scoprii la fratellanza: gli esseri umani che producono cibo non sono invisibili e silenziosi. Hanno volti, colori, lingue, odori, esistenze, canti, conoscenza, pratiche, saggezza, affetti, sogni, desideri.

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Eppure c’è voluto Carlin per dare loro voce e visibilità: a partire dai contadini di Langa per arrivare fino alle comunità del cibo amazzoniche. Nessuno deve essere dimenticato o cancellato, ma soprattutto nessuno deve essere sfruttato. Il “giusto”. A partire da questi principi, così semplici ma al contempo complessi e universali, la concretezza: l’invito all’azione, la partecipazione, la dimensione collettiva. Carlin ha messo insieme migliaia di persone chiedendo di fare orti scolastici e orti in Africa, cataloghi dell’Arca del Gusto, degustazioni, visite nelle aziende agricole, mercati della Terra, Presìdi.

La forza di Slow Food è stata proprio nella capacità di alta elaborazione teorica accompagnata costantemente dalla traduzione delle idee in progetti, esperienze, comunità. In una continua interazione tra i due piani, quello astratto e quello concreto, capaci di valorizzarsi a vicenda, di validarsi e, in questo dialogo, di evolvere, senza che mai uno fosse considerato più degno dell’altro. Tutto questo si è tradotto dentro di me nella consapevolezza che gli esseri umani non sono consumatori ma artefici.

Non devono solo comprare e dissipare compulsivamente, ma possono generare domande e significanze. Potrei dire che questa prospettiva ha instillato in me la speranza, che non è ottimismo cieco, ma fiducia nella forza delle idee e nel potere delle nostre azioni di incidere sugli eventi, nella dimensione individuale e in quella collettiva.

Amico di ciascuno e di tanti, maestro di ciascuno e di tutti, ha lasciato un gran pieno: un mondo di idee, stima e autorevolezza indiscusse. Ma ha lasciato anche una scia di amore, ed è nell’amore che merita di essere ricordato, al riparo dalla retorica, dai formalismi, dalle frasi di circostanza, lasciando spazio alla verità. Carlin la teneva sempre sul tavolo, la verità. La rintracciava nelle campagne, nei piatti e nelle cucine; la verità irrompeva dalle sue parole; la verità che abbiamo sperimentato nei suoi rimproveri anche ruvidi così come negli slanci affettuosi, mai simulati. Verità nella sua raccomandazione: «Guai a prendersi troppo sul serio!». E allora non prendiamo troppo sul serio nemmeno tutto questo gran pieno che Carlin ha lasciato: per bene che potremo fare, lo immagineremo sempre a rimbrottarci un po’.

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