L’assalto di migliaia di migranti marocchini all’enclave spagnola di Ceuta mette l’Ue alla prova e rischia di giovare ai populisti: i 27 partner sono profondamente divisi e senza un accordo nella riunione di domani può aprirsi una spaccatura assai più profonda di quelle già esistenti su energia, difesa o guerra in Ucraina.
A descrivere l’entità dello scontro sono i numeri: Italia e Germania guidano ben 22 Paesi a favore della linea dura sui migranti illegali con le eccezioni di Francia, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda che sostengono la Spagna di Sanchez, sul banco degli imputati per averne fatti entrare almeno 1,2 milioni negli ultimi anni. È una spaccatura che investe la sostanza stessa del progetto europeo perché contrappone chi considera l’immigrazione illegale un’emergenza da gestire con fermezza e chi la ritiene una questione umanitaria da affrontare con gli strumenti dell’accoglienza.
Per comprendere la portata della contrapposizione bisogna partire dal fatto che la crisi di Ceuta non è il prodotto di un collasso spontaneo dei controlli ma di una scelta del Marocco, che ha allentato la sorveglianza della frontiera in risposta al legame privilegiato fra Madrid ed Algeri, principale alleato del Fronte Polisario in lotta contro la sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. È la conferma di un fenomeno che l’Europa fatica ad ammettere: le migrazioni sono diventate una leva geopolitica per i Paesi di transito e di partenza. La Turchia di Erdogan la utilizzò nel 2016 sfruttando un milione di siriani in fuga dalla guerra civile per ottenere vantaggiosi accordi Ue grazie alla Germania di Merkel.
Questa è la novità che Bruxelles, abituata a trattare l’immigrazione come una questione di valori e diritti, deve affrontare: la debolezza dei confini esterni è una vulnerabilità strategica, non solo un vulnus amministrativo. E ogni volta che si manifesta, il conto lo pagano i governi nazionali perché l’immigrazione è spesso il principale banco di prova con i cittadini.
Questo spiega perché la crisi Madrid-Rabat è un detonatore per la politica interna in tutta la Ue. In Spagna offre alla destra di Vox un’arma difficile da fronteggiare per un governo già indebolito dagli scandali. In Italia il governo Meloni ha buon gioco nel presentare Ceuta come prova dell’inadeguatezza delle politiche Ue, anche per tentare di arginare la popolarità crescente di Roberto Vannacci. In Germania, il cancelliere Merz si affianca all’iniziativa italiana per tentare di rafforzarsi sull’ultradestra di Afd, primo partito nei sondaggi. In Francia, dove l’immigrazione è al centro della competizione in vista delle presidenziali del 2027, ogni immagine di frontiera violata rafforza il “Rassemblement National”.
Prima a nuoto, poi di corsa: così i migranti entrano a Ceuta aggirando i controlli

È una dinamica che evoca la vittoria del referendum inglese sulla Brexit: la crisi alla frontiera giova a chi costruisce il consenso sulla promessa di “riprendere il controllo”. Dunque, più l’Ue è divisa, lenta, più questa narrazione guadagna credibilità presso opinioni pubbliche già logorate da crisi economica e incertezza geopolitica. Ad evidenziare la vulnerabilità Ue è proprio lo scontro in atto a Bruxelles perché tale frammentazione sottolinea l’assenza di una politica comune. Il risultato è un’Ue che affronta ogni crisi come un’emergenza a sé, lasciando che siano i singoli governi a negoziare con Marocco, Turchia, Libia o Tunisia, spesso in competizione tra loro.
Ma non è tutto. Ciò che rende la vicenda di Ceuta più insidiosa è il momento in cui avviene. L’Ue è ancora impegnata nel rilancio economico post-Covid, la crescita arranca: un nuovo fronte di divisione sull’immigrazione rischia di logorare la coesione tra Stati quando servirebbe il massimo di solidarietà per varare le riforme. Il rischio è, dunque, che Ceuta finisca per rafforzare le forze populiste che – a destra come a sinistra – puntano su euroscetticismo e soluzioni estreme: chiusura delle frontiere o porte aperte agli illegali.
Da qui l’importanza della riunione di domani fra i ministri degli Interni: se i 27 sapranno trasformare Ceuta in un’occasione per rilanciare una politica migratoria comune l’Europa ne uscirà più forte, se invece prevarrà ancora una volta la logica della gestione frammentata ad avvantaggiarsene sarà il populismo di chi preferisce gli slogan alle politiche necessarie per armonizzare sicurezza e diritti.
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