Satispay e Bending Spoons hanno qualcosa in comune, oltre a essere due delle storie di maggior successo della nuova imprenditoria tecnologica italiana. Sono anche due dei 53 campioni accompagnati negli ultimi dieci anni da Endeavor Italy, la rete internazionale che seleziona e sostiene gli imprenditori ad alto potenziale. Un anniversario che Endeavor ha celebrato mercoledì sera alla Nuvola Lavazza di Torino, a margine di Wave by Vento, l’evento he ha portato nel capoluogo piemontese startup, investitori e operatori dell’innovazione.
I dieci anni italiani di Endeavor sono l’occasione per misurare quanto sia cambiato il terreno sul quale crescono le startup italiane.
L’evento
Il dato più significativo presentato mercoledì sera sta nel rapporto tra selezione e risultati. In dieci anni Endeavor ha analizzato oltre 3.000 aziende, ammettendone nella propria rete appena 53. Quelle scaleup hanno raccolto complessivamente 8,5 miliardi di dollari di finanziamenti, creato 8.400 posti di lavoro e moltiplicato per 75 i ricavi aggregati dal 2017. Oggi valgono, in termini di fatturato, 2,4 miliardi di dollari.
Non solo Satispay e Bending Spoons, naturalmente. Nel portafoglio italiano di Endeavor figurano anche D-Orbit, Moneyfarm, Talent Garden, Unobravo, Casavo e Poke House. Aziende diverse tra loro, ma accomunate dall’idea di poter crescere oltre la dimensione nazionale.
«Nel 2016 in pochi credevano che dall’Italia si potessero costruire aziende globali. Dieci anni dopo, i risultati parlano chiaro», dice Marco Rampazzo, managing director di Endeavor Italy. Il punto, però, non è soltanto quanti soldi siano stati raccolti o quanti posti di lavoro siano stati creati. «Il dato di cui sono più orgoglioso è la quota di imprenditori che oggi restituisce tempo e capitali alla nuova generazione». È il principio del give-back, che è diventato il tratto distintivo del modello Endeavor. Chi è arrivato prima mette a disposizione di chi arriva dopo ciò che ha imparato: tempo, competenze, contatti, mentoring e, in alcuni casi, denaro.
Secondo il rapporto Empowering Italian Entrepreneurs, realizzato da Endeavor con il Politecnico di Milano, il 90% dei founder della rete ha partecipato ad attività di give-back. L’85% dice inoltre di avere sviluppato una propensione ancora maggiore a farlo dopo il percorso con Endeavor. Tra le aziende della rete che superano i 20 milioni di dollari di ricavi, il 63% dei founder ha anche contribuito finanziariamente all’organizzazione.
È un meccanismo che scommette su un effetto moltiplicatore: non solo far crescere una startup, ma fare in modo che il successo di un imprenditore diventi una risorsa per chi verrà dopo.
L’identikit degli innovatori
Anche l’identikit dei founder racconta un pezzo di questa trasformazione. Il 93% è laureato, il 72% ha una laurea magistrale, il 17% un MBA e il 2% un dottorato. Il 63% ha studiato o lavorato all’estero. Le competenze tecnico-scientifiche rappresentano il 44% dei percorsi formativi, quelle economico-manageriali il 42%. E la maggioranza non è composta da imprenditori seriali: il 67% sono first-time founder.
Endeavor prova quindi ad aggiungere alla disponibilità di capitale un’altra risorsa considerata decisiva quando un’azienda comincia a scalare: il confronto. La rete internazionale conta oltre 5.000 mentor, più di 1.000 ore di affiancamento e collegamenti con oltre 1.700 realtà del venture capital. L’obiettivo è aiutare i founder nei passaggi in cui spesso la crescita di un’impresa si inceppa: la scelta dei manager, l’apertura ai mercati esteri, i round di finanziamento, le decisioni strategiche.
Le nuove sfide
Il prossimo capitolo, però, è più ambizioso. Endeavor individua sei grandi sfide per i prossimi dieci anni: dalla leadership nell’intelligenza artificiale alla crescita dell’imprenditoria femminile, ancora marginale — soltanto un founder su dieci in Italia è donna — fino al rafforzamento della cultura del give-back.
E soprattutto c’è la dimensione europea. Per competere con gli ecosistemi più avanzati, sostiene Endeavor, non basta avere qualche azienda capace di diventare grande. Servono più capitali, più talenti e più possibilità di muoversi senza barriere tra i diversi Paesi.
La domanda, dopo dieci anni, non è più solo se dall’Italia possa nascere una nuova Bending Spoons o una nuova Satispay. La vera sfida è capire se quei casi resteranno eccezioni o diventeranno un modello.
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