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Christine Lagarde lascia la Bce: dimissioni il 7 febbraio

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Il calendario della finanza europea ha un nuovo giorno zero. Christine Lagarde lascerà la guida della Banca centrale europea il 7 febbraio. La data fissa il perimetro di un riassetto istituzionale senza precedenti per l’Eurotower. «Un accordo a pacchetto che risolve tre posizioni in una volta sola è più facile da un punto di vista politico», evidenzia il report di Deutsche Bank che ha decrittato le trame di questo risiko. Il passo indietro anticipato della presidente transalpina innesca una reazione a catena nei palazzi del potere continentale. Il traguardo finale è la tolda di comando del World Economic Forume la transizione promette di ridisegnare gli equilibri dell’Unione.

Le indiscrezioni dalla prima mattina tracciano una rotta definita per l’inverno. Il consiglio di amministrazione dell’organizzazione con sede a Ginevra si riunirà a novembre e in quella sede maturerà la designazione formale dell’ex ministra francese. Le fonti vicine al dossier confermavano poche settimane fa un quadro ormai delineato in seno ai ventisette membri del board direttivo. L’obiettivo della manovra consiste nel far apparire Lagarde con i gradi di presidente designata già all’annuale vertice di Davos in programma a gennaio. In quella cornice nevralgica l’élite politica e imprenditoriale globale discute le grandi direttrici dello sviluppo. Un palcoscenico ideale per sancire il passaggio di consegne dopo il parziale disimpegno del fondatore Klaus Schwab.

L’attuale assetto di vertice vede una co-presidenza affidata all’amministratore delegato di BlackRock Larry Fink e al vicepresidente di Roche Andre Hoffmann. Entrambi giudicano propizio l’innesto di un profilo dotato di una simile caratura internazionale. Un bagaglio di relazioni capace di garantire autorevolezza al Forum in una fase storica segnata da fagliature geopolitiche. Intercettata a margine dei meeting del Fondo monetario internazionale a Bangkok, la numero uno di Francoforte ha mantenuto un riserbo impenetrabile, limitandosi a confermare la permanenza per l’anno in corso senza blindare la scadenza naturale dell’ottobre 2027. Ma la casella del 7 febbraio cambia del tutto le prospettive.

La scelta di abbandonare l’incarico a inizio febbraio risponde a un’architettura politica calcolata al millimetro. Anticipare l’uscita in quella esatta finestra temporale offre ai leader europei il margine necessario per negoziare e blindare un successore prima che la Francia venga risucchiata dalla voragine delle elezioni presidenziali di primavera. I sondaggi fotografano un rischio tangibile di vittoria per l’estrema destra di Marine Le Pen. Negli ambienti diplomatici serpeggia la certezza che le contrattazioni per i vertici di Francoforte diventerebbero un labirinto insuperabile con un inquilino dell’Eliseo ostile all’ortodossia comunitaria. Il traguardo del 7 febbraio asseconda il palese desiderio di Lagarde di garantire a Emmanuel Macron una voce decisiva nella spartizione delle poltrone. Chiudere la partita con l’attuale amministrazione parigina assicura continuità all’asse franco-tedesco. A questo scenario si intrecciano le ambizioni personali della banchiera centrale. Concedendosi alle domande della stampa d’oltralpe nei mesi scorsi, aveva giudicato plausibile un addio anticipato per tuffarsi nel dibattito pubblico transalpino. Smentendo una candidatura all’Eliseo, aveva assicurato il proprio sostegno ai valori europeisti in qualunque veste ritenuta efficace. Per giocare un ruolo attivo e influente nella tornata elettorale le dimissioni invernali rappresentano un passaggio obbligato.

Il vuoto al vertice innescherà il più vasto rimescolamento direttivo nella storia della moneta unica. L’analisi strutturata dal capo economista di Deutsche Bank Mark Wall mette a nudo i meccanismi di una staffetta tripla. La fuoriuscita del 7 febbraio andrà a sommarsi alle dimissioni di Isabel Schnabel, la quale lascerà il Comitato esecutivo il 3 gennaio per assumere un incarico apicale al Fmi. Il quadro si completa con il commiato del capo economista Philip Lane in calendario a maggio. Le cancellerie si trovano di fronte a tre seggi vacanti nel giro di cinque mesi. La prassi comunitaria vieta in modo tassativo a un singolo Paese di detenere due seggi e impone al contempo che Berlino e Parigi mantengano un proprio rappresentante nel direttorio. Un iter negoziale frammentato e scaglionato risulterebbe impraticabile. Francia e Germania si troverebbero costrette a rimpallarsi i veti rifiutando gli incarichi di rincalzo per non abdicare in partenza alla corsa per la presidenza. Un patto globale e onnicomprensivo appare la sola via d’uscita per evitare la paralisi. Il report della banca d’affari sottolinea come la mossa di Schnabel abbia abbassato l’ostacolo per un’uscita di Lagarde. Scegliere i tre ruoli in un blocco unico assomiglierebbe ai grandi compromessi storici dell’Unione e permetterebbe di incastrare le pretese di ogni capitale.

La rivelazione della data esatta imprime una formidabile accelerazione all’agenda di Bruxelles. Il processo di selezione si metterà in moto con una tempistica incalzante. Le previsioni degli esperti tracciano una tabella di marcia che vede un vertice dell’Eurogruppo il 9 novembre dedicato a una prima stesura delle candidature. Il 10 dicembre i ministri delle Finanze dovrebbero scremare i profili per individuare il nome ideale. Il passaggio istituzionale definitivo avverrebbe nel Consiglio europeo in agenda il 17 e 18 dicembre. Fonti qualificate ipotizzano un’ulteriore forzatura del calendario qualora emergesse una salda convergenza politica tra i governi. Il via libera formale a un accordo a pacchetto potrebbe concretizzarsi in anticipo nel Consiglio europeo straordinario in programma il 26 e 27 novembre. Un summit concepito in origine per dibattere il prossimo bilancio a lungo termine dell’Unione, ma ritenuto dai diplomatici il palcoscenico perfetto per saldare le intese sulle nomine. Dopo le rituali audizioni parlamentari, il nuovo numero uno assumerebbe la carica sbarcando a Francoforte a ridosso dell’addio di Lagarde. Una successione fluida e priva di interruzioni.

L’impatto di un simile terremoto istituzionale non agita le sale operative. L’impalcatura teorica tratteggiata dalla ricerca finanziaria si fonda sulla ferrea stabilità del sistema creditizio continentale. Un riassetto pilotato in tempi rapidi dai leader europei preserverebbe la continuità della politica monetaria. Blindare le nomine in un patto unitario significa mettere in sicurezza l’impostazione rigorosa dell’attuale Consiglio direttivo prima che le mareggiate elettorali possano sovvertire lo status quo. I mercati azionari e obbligazionari si affidano alla solidità dei processi normativi. Sul fronte dei tassi di interesse l’orizzonte appare nitido. Le proiezioni assumono un ulteriore incremento al 2,75% nel corso della riunione di dicembre. Sussiste un rischio corposo che la stretta prosegua fino a toccare la soglia del 3%. Con l’attuale ritmo di manovra pari a un intervento a trimestre, il traguardo cadrebbe nel meeting di marzo. Una riunione cruciale che sarà presieduta dal nuovo vertice. Risolvere il rebus delle poltrone in inverno garantirà al successore la piena agibilità politica per varare un inasprimento del costo del denaro fin dal suo insediamento. In questa delicata congiuntura la permanenza dell’attuale capo economista Philip Lane fino a maggio assicura stabilità nelle proposte tecniche, arginando la volatilità sui listini e fornendo ai governi uno scudo contro la speculazione.

La volata per l’ufficio più potente d’Europa si restringe a profili di assoluta caratura. L’olandese Klaas Knot e lo spagnolo Pablo Hernandez de Cos dominano i pronostici dei broker. Entrambi sfoggiano una radicata esperienza nei labirinti decisionali della Bce e la loro affermazione annullerebbe i rischi di ritardi operativi o sbandamenti strategici. I governi dell’Aia e di Madrid hanno mobilitato le rispettive diplomazie per sostenerli, con Parigi orientata a far convergere il proprio peso sul candidato olandese. L’universo brussellese impone estrema cautela su ogni previsione. Se lo scranno più ambito non venisse assegnato a Knot o de Cos, le logiche di equilibrio sovranazionale innescherebbero una rotta di collisione tra Francia e Germania per conquistare il seggio di capo economista. I nomi circolanti per assecondare le richieste di Berlino risultano Markus Brunnermeier e Monika Piazzesi, con la figura dell’attuale numero uno della Bundesbank Joachim Nagel sempre sullo sfondo. I profili francesi per il medesimo incarico rispondono a Agnes Benassy-Query e Laurence Boone. In questo intricato scacchiere i capi di Stato e di governo dovranno superare un ultimo macigno legato all’equilibrio di genere. Con gli addii combinati di Lagarde e Schnabel, il Comitato esecutivo perderebbe ogni traccia di rappresentanza femminile. Un vuoto intollerabile per i parametri comunitari. Questa necessità categorica vincolerà le trattative in modo perentorio, imponendo l’inserimento di candidature femminili di primo piano. Il conto alla rovescia verso il 7 febbraio ha preso il via e il volto del potere finanziario europeo verrà plasmato in una manciata di settimane.

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