Cina, la sentenza rivoluzionaria: non si può licenziare il dipendente sostituito dall’Ai

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Le aziende cinesi non possono legalmente licenziare i dipendenti semplicemente per sostituirli con un’intelligenza artificiale più economica. Lo ha stabilito il tribunale di Hangzhou, una delle capitali tecnologiche del paese e città natale del colosso digitale Alibaba, fondato da Jack Ma. Negli Stati Uniti, gli algoritmi hanno portato al taglio di quasi 100mila posti di lavoro in tre anni. In Europa, Italia compresa, l’impatto dell’AI sul lavoro è quanto mai attuale.

La Cina, nel frattempo, prova in qualche modo a intervenire. La sentenza di Hangzhou potrebbe diventare un precedente significativo per i diritti dei lavoratori cinesi, a loro volta preoccupati dalla diffusione dell’automazione in diversi settori.

Tutto nasce dalla vicenda di un lavoratore di un’azienda tecnologica cinese, impiegato nel controllo qualità di sistemi basati su modelli linguistici di intelligenza artificiale. Il dipendente si è visto proporre un trasferimento di mansione accompagnato da una drastica riduzione dello stipendio, passato da 25mila a 15mila yuan (circa 1900 euro) al mese. L’azienda sosteneva che i progressi dell’AI avessero reso necessaria una riorganizzazione del progetto e una “ottimizzazione” delle attività. Dopo il rifiuto del taglio salariale, il dipendente è stato licenziato.

Il lavoratore ha però impugnato la decisione davanti agli organismi arbitrali previsti dal diritto del lavoro cinese e successivamente davanti ai tribunali. I giudici di Hangzhou hanno stabilito che l’adozione dell’intelligenza artificiale non costituisce automaticamente un «cambiamento oggettivo sostanziale» tale da giustificare la cessazione di un contratto di lavoro. In altre parole: il fatto che una macchina possa fare un lavoro non autorizza automaticamente l’azienda a eliminare il lavoratore che quel lavoro svolgeva.

La pronuncia è importante soprattutto per il ragionamento che introduce. Il tribunale ha osservato che l’integrazione dell’AI è una scelta imprenditoriale volontaria finalizzata a migliorare la competitività aziendale. Non si tratta quindi di un evento imprevedibile o incontrollabile, come potrebbe esserlo una calamità naturale o una modifica normativa improvvisa. Di conseguenza, il rischio derivante dall’adozione della tecnologia non può essere scaricato integralmente sui dipendenti.

È un passaggio giuridico cruciale perché ridefinisce il modo in cui i tribunali potrebbero interpretare i processi di automazione nei prossimi anni. Finora molte aziende hanno agito partendo da un presupposto relativamente semplice: se l’automazione riduce i costi, allora il taglio del personale è una conseguenza naturale della trasformazione tecnologica. La sentenza di Hangzhou introduce invece una distinzione fondamentale tra ciò che la tecnologia rende possibile e ciò che il diritto del lavoro consente.

Il caso non è isolato. Già nel dicembre 2025, l’Ufficio Risorse Umane e Sicurezza Sociale di Pechino aveva evidenziato una controversia simile riguardante un addetto all’inserimento manuale di dati cartografici, licenziato dopo la completa automazione del sistema tramite AI. Anche in quel caso, le autorità avevano ritenuto illegittimo il tentativo dell’azienda di considerare l’automazione come una “circostanza oggettiva” sufficiente per sciogliere il contratto di lavoro.

Eppure la Cina non sta rallentando la corsa all’AI. Al contrario, sta accelerando in maniera impressionante. Il governo ha recentemente pubblicato linee guida per trasformare il settore dei servizi in un’industria da 100mila miliardi di yuan entro il 2030, mettendo l’intelligenza artificiale e gli strumenti di coding intelligente al centro della strategia nazionale. L’obiettivo dichiarato è integrare sistematicamente l’AI in tutti i comparti dell’economia, dal manifatturiero alla sanità, dal turismo al commercio.

Allo stesso tempo, Pechino sta cercando di capire come intervenire per ridurre i rischi dell’AI sull’occupazione. A far scattare l’allarme è stata anche la cosiddetta “saga dei robotaxi” di Wuhan. Quando Baidu ha iniziato a introdurre i taxi autonomi Apollo Go nella città, i tassisti tradizionali hanno reagito con proteste e campagne online contro le aziende tecnologiche. Il dibattito è diventato virale sui social cinesi e ha mostrato al Partito Comunista quanto il tema occupazionale possa trasformarsi rapidamente in una questione di stabilità sociale.

In Cina, l’occupazione è uno dei pilastri fondamentali della legittimità politica. Da qui il duplice obiettivo del Partito: diventare leader nell’AI, senza però compromettere i livelli occupazionali e mettere in discussione la tenuta del patto sociale alla base della sua autorità.

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