Cosa è successo nelle ore precedenti la sentenza della Corte d’assise di Roma che ha condannato tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni? Mentre l’Italia s’interroga sui prossimi passi, a partire dai risarcimenti dovuti ai familiari e alla presidenza del Consiglio dagli agenti irrintracciabili in quell’Egitto chiuso da sempre dietro un muro di gomma, alcune ricostruzioni suggeriscono i possibili scenari futuri. Secondo “Mada Masr”, uno degli ultimissimi media indipendenti del Cairo, prima del pronunciamento dei giudici ci sarebbero stati «contatti ad alto livello» per «individuare una soluzione che tenesse conto della natura delle relazioni bilaterali» tra i due Paesi. «È falso» replica Palazzo Chigi. Intanto un altro quotidiano, “Asharq Al-Awsat”, sostiene che il Cairo non abbia intenzione di impugnare la sentenza.
Il caso
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FEDERICO CAPURSO, FRANCESCO MALFETANO
Questione tutt’altro che tecnica, giacché l’Egitto non è mai stato chiamato in giudizio ma se non collaborerà la sentenza non potrà essere rispettata. Dietro le quinte ci sono silenzi, depistaggi, cose fatte ma non dette e un partenariato too big to fail, troppo grande per fallire.
Da dieci anni e otto mesi qualsiasi incontro istituzionale tra Roma e il Cairo inizia, almeno pro forma, con il rappresentante italiano di turno che reitera alla controparte egiziana la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni. Dopo il riconoscimento del corpo e la rabbia impotente delle prime settimane, iniziate con la foto del ricercatore friulano appesa come un monito all’ingresso della nostra sede consolare a Garden City e culminate l’8 aprile 2016 con il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari da parte dell’allora premier Matteo Renzi, le relazioni diplomatiche tra i due Paesi hanno virato dalla freddezza al dialogo low profile, con la motivazione ufficiale che rompere danneggiasse la battaglia giudiziaria e quella, moralmente indicibile, che fosse impraticabile, che, in assenza di una solidarietà europea capace di smontare le bugie sulla morte di un giovane europeo, fosse un suicidio.

Tanto la storia di Nessy Guerra, bloccata in una località protetta sul mar Rosso con la figlia per una contesa legale con l’ex marito, quanto quella meno nota dell’abruzzese Giacomo Passeri, detenuto da tre anni per questioni di droga, sono successive al caso Regeni, ma la paura che possano diventare adesso oggetto di ritorsioni spiega almeno un po’ la difficoltà di muoversi in presenza di altri connazionali: e in Egitto vivono quasi seimila italiani. Anche durante le lunghe trattative per la liberazione di Patrick Zaki, tornato a Bologna il 19 luglio 2023, a poco meno di un anno dal giuramento del governo Meloni, le feluche italiane lavorarono sotto traccia, attente a non strappare, mute, fino alla grazia del presidente al-Sisi.
Ci sono le persone e ci sono gli interessi, a partire da quelli economici, dal momento che l’Italia è il primo partner commerciale europeo del Cairo e che, a differenza delle relazioni diplomatiche, i canali commerciali non si sono mai interrotti.
Anzi. Dal 2016 a oggi il giro di affari è aumentato quasi del 40%, tanto nel campo dell’energia, dove l’enorme giacimento di gas naturale Zohr scoperto dall’Eni nel 2015 si sta rivelando esistenziale ora che due guerre incalzano l’Europa e che dal Canale di Suez transita la sopravvivenza mercantile italiana, quanto per la difesa.
Stamattina la commissione difesa della Camera dovrebbe votare il rinnovo del memorandum di cooperazione militare con l’Egitto entrato in vigore l’11 gennaio 2015, un anno prima che Giulio Regeni venisse torturato a morte al Cairo, e mai messo in discussione. Nonostante la linea della fermezza ribadita con toni diversi dagli esecutivi seguiti al ritorno dell’ambasciatore al Cairo nel 2017, infatti, lo scambio d’intelligence e armi è andato avanti senza intoppi, compresa la vendita di due fregate della Marina militare che nel 2020 scatenò polemiche sullo iato tra gli striscioni gialli con su scritto “Verità e giustizia per Giulio Regeni” e i profitti di Stato.
IL CASO
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E poi, croce e delizia di tutti i populismi, ci sono i migranti. L’Egitto è un gigantesco serbatoio con dentro 10 milioni di migranti, rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Medioriente e Africa sub-sahariana. A tratti, in questi dieci anni e otto mesi incisi nella carne della famiglia Regeni, il serbatoio si è aperto e barconi molto più grandi di quelli in partenza dalla Libia hanno fatto rotta verso la Sicilia. Ogni volta che la Procura di Roma avanzava nell’inchiesta, ogni volta che i “dittatori necessari” venivano messi da parte, ogni volta che l’opinione pubblica italiana tornava ad alzare la voce. Con il governo Meloni, inoltre, l’Egitto è cresciuto di status, perno del Piano Mattei per l’Africa e dunque alleato nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo.

Cosa è successo prima della sentenza di Roma potrebbe raccontare di impegni e reciproche rassicurazioni, cosa succederà dopo dirà la capacità di tenere insieme la realpolitik e il volto per sempre giovane di Giulio Regeni
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