Cose che non mi hanno insegnato a scuola

0
1

Nei testi scolastici il femminismo viene ridotto a brevi paragrafi sui libri di storia. Qualche riga sulle suffragette, poi sui movimenti degli anni Sessanta. Pinkwashing, coscienza pulita.

Nei programmi delle materie umanistiche le donne, in quanto creatrici d’arte e non soggetti od oggetti, sono inesistenti.

Al liceo classico presumo studino le poesie di Saffo, ma io ho frequentato il liceo artistico e la prima donna che ho incontrato tra le pagine dei manuali è stata Artemisia Gentileschi in storia dell’arte, poi le sorelle Brontë, Mary Shelley, Jane Austen in letteratura inglese. In quella italiana, a inizio Novecento fece la sua comparsa Grazia Deledda, dopo circa quarant’anni Natalia Ginzburg ed Elsa Morante, sacrificabili perché bisogna finire il programma prima della maturità e si è già in ritardo.

All’alba dei vent’anni ho realizzato che i miei romanzi preferiti erano scritti tutti da uomini, e che di autrici donne ne avevo lette pochissime. Eppure in libreria c’erano, ero io a non averle mai considerate. Mi sono sentita in colpa, e al contempo arrabbiata. Perché, donna con aspirazioni di scrittura, non avevo mai provato la necessità di cercarne altre in letteratura, e specialmente di leggerle? A oggi, è una lacuna a cui ancora devo sopperire. Continuo ad amare i libri che amavo un tempo, se ne sono aggiunti di nuovi. Leggere i romanzi scritti da donne è stata una chiave di volta, ha riequilibrato la consapevolezza nei confronti del mio essere scrivente e di poterlo diventare.

Renata Viganò, Livia de Stefani, Alba De Céspedes, Anna Maria Ortese, Alda Merini, Fausta Cialente, Ada Negri, Sibilla Aleramo. Quante non ne ho citate, quante ne devo ancora scoprire, in Italia, in Europa e nel resto del mondo.

Anche sulla letteratura femminista sono mancante, e forse per moltə di voi Virginie Despentes e “The King Kong Theory” non sono rivelazione come lo sono state di recente per me (in italiano edito da Fandango nella traduzione di Maurizia Balmelli).

«Scrivo dalla sponda delle brutte, per le brutte, le vecchie, le camioniste, le frigide, le malscopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, per tutte le escluse dal grande mercato della gnocca» è uno degli incipit più potenti e inclusivi che abbia mai incontrato.

Non è stata una lettura emotivamente serena, anzi, mi ha scossa e turbata a ogni pagina. Non per il linguaggio impudico, che manda a farsi benedire il perbenismo e anzi, vorrei sdoganarlo altrettanto nella mia scrittura. È un testo che scardina, che ha illuminato nuove consapevolezze in quanto donna e femminista. Ibrido fra saggio e memoir, l’autrice attinge alle sue esperienze personali e analizza la società e la morale sociale, individuando gli archetipi da sradicare per costruirne una nuova. Ribalta la concezione dello stupro e della donna stuprata, come viene giudicata e come ingiustamente giudica se stessa. Ci costringe a entrare nei meandri del nostro inconscio, a scorticare un substrato retorico che non sospettavamo di avere. Ma per riuscirci bisogna affidarsi a lei e lasciarsi guidare, non avere remore nell’entrare in contatto con il proprio erotismo, perché nulla di ciò che ci hanno spinto a reputare indicibile o “sporco”, in realtà lo è. La legalizzazione del sex work e i suoi legami con il capitalismo, l’appropriazione indebita delle caratteristiche della femminilità da parte degli uomini.

«Non sta agli uomini sentirsi responsabili quando ci si mettono in tre per stuprare una ragazza. Non sta agli uomini sentirsi responsabili quando vanno a puttane e poi non votano le leggi perché quelle puttane possano lavorare tranquille. Non sta alla società sentirsi responsabile quando non c’è film in cui non si vedano donne nella parte di vittime delle violenze più atroci. Sta a noi sentirci responsabili. Di quello che ci capita, di rifiutarci di morirne, di volerci convivere. Di dire la nostra».

“The King Kong Theory” fa il mestiere della vera letteratura: dopo averlo finito di leggere riecheggia e rimane. Si trasforma, si insedia in noi e sedimenta.

«Il femminismo è un’avventura collettiva, per le donne, per gli uomini e per gli altri. Una rivoluzione, ben avviata. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre i piccoli vantaggi delle donne alle piccole conquiste degli uomini, ma di far saltare tutto».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it