SALISBURGO. Il “Così fan tutte” in scena al festival di Salisburgo è nuovo per metà. Fu presentato infatti nel 2020 in piena epidemia in una versione ridotta e condensata in atto unico, benché lunghissimo. Quest’estate viene ripreso, gli atti tornano a essere due, ma curiosamente resta una serie di tagli inspiegabili, specie visto che siamo a Salisburgo: potati i recitativi, via il secondo terzetto degli uomini, via la seconda aria di Ferrando e il suo duetto con Guglielmo (che per la verità si tagliano quasi sempre), via metà di “Bella vita militar” e, incredibilmente, via anche “Donne mie, la fate a tanti”. In compenso, la prima aria di Guglielmo è quella originariamente scritta da Mozart, “Rivolgete a lui lo sguardo” (KV 584, con il senno e il catalogo Köchel di poi). L’unico vero peccato mortale, intendo i tagli e non il brano sostitutivo, di una produzione che ne ha diversi veniali, ma nel complesso è molto interessante.
Intanto, per cominciare, c’è una regia. L’allestimento, più che minimalista, è proprio minimo: due doppie porte in un muro bianco, che si apre nel mezzo all’inizio del secondo atto per mostrare una grande quercia, e basta. Costumi sobrissimi, armaneggianti, tutti in bianco e nero tranne quando i due ragazzi si mascherano (pur restano riconoscibilissimi) da albanesi molto colorati. Alla Scala, tutte le prefiche del buon tempo andato e le vestali del Tempio sospirerebbero all’unisono: ma non c’è niente!, confondendo al solito scene e costumi con la regia. In effetti, non c’è niente tranne il teatro. Questa di Christof Loy è una grande regia: recitazione, solo recitazione, nient’altro che recitazione, ogni parola un gesto, ogni nota un’intenzione, e anche con intuizioni psicologiche raffinatissime. Una per tutte: quando Ferrando canta “Un’aura amorosa”, don Alfonso si commuove. Come dire: anche il vegliardo che ne ha viste di tutti i colori, il supercinico che scommette e vince sull’infedeltà generalizzata, in fin dei conti rimpiange di non credere nell’amore, o forse si immedesima in quei giovani che non hanno ancora scoperto l’amarezza della disillusione. È uno dei mille dettagli che rendono prezioso questo spettacolo dove apparentemente c’è niente e in realtà c’è tutto.
Dal punto di vista musicale, le cose funzionano, e molto meglio che sei anni fa. Joana Mallwitz fa un Mozart storicamente abbastanza informato, con un fortepiano eccellente e onnipresente e le tipiche esagitazioni agogiche dei baroccari, ma con i Wiener che suonano da par loro, strati su strati di seta e velluto sonori. Ne nasce una direzione vivace, brillante, molto contrastata ed estremamente teatrale cui solo si possono rimproverare un paio di accordi curiosamente slabbrati. La compagnia, dove tutti recitano magnificamente e quasi tutti cantano anche bene, è dominata da due signore di grande talento. Elsa Dreisig è un’ottima Fiordiligi, un po’ “vuota” in basso, forse non una grandissima virtuosa (“Come scoglio” perde il suo carattere di parodia dell’opera seria) ma capace di restituire il colore e il calore di quella sensualità malinconica, da desiderio continuamente inappagato, che è tipica di Mozart in generale e in quest’opera in particolare. Quanto a Lea Desandre, è forse la miglior Despina di cui abbia memoria, e garantisco che ne ho ascoltate tante: peperina, scatenata nei travestimenti, cantata benissimo con una voce da mezzosoprano acuto che dà al personaggio un’autenticità popolare che con le solite soubrette smorfiose si perde. Meno convincente, soprattutto per un italiano un po’ burgundo, ma valida la Dorabella di Victoria Karkacheva. Canto a parte, l’Alfonso di Johannes Martin Kränzle è esemplare; benissimo, pur senza disporre di voci colossali, i due cornificatori cornuti, che sono Bogdan Volkov, Ferrando, e Andrè Schuen, Guglielmo (italiano nonostante il nome: è un ladino dell’Alto Adige). Großes Festspielhaus strapieno e giustamente plaudente.
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