Sono passati centosessant’anni da quando Melchior e Jacob Blatter, guide alpine di Meiringen nel Cantone di Berna, e Joseph Gorret di Valtournenche, trascorsero tredici mesi consecutivi – dal 1° agosto 1865 al 1° agosto 1866 – in un piccolo e spartano ricovero in legno e pietra ai 3350 metri del Colle del Teodulo, ai piedi del Cervino. A incaricarli di un’esperienza allora del tutto inedita – trascorrere un intero anno, inverno incluso, in isolamento a quelle altitudini per misurare e studiare le condizioni atmosferiche in alta montagna – fu Daniel Dollfus-Ausset (1797-1870), chimico e industriale svizzero che presto lasciò l’impiego nell’azienda tessile di famiglia a Mulhouse per dedicarsi alle scienze della Terra e ai ghiacciai collaborando con scienziati del calibro di Louis Agassiz. Dotati di opportune scorte di viveri e legna da ardere e dei necessari strumenti meteorologici, i tre pionieri affrontarono il loro compito “con volontà e competenza, e con una perseveranza stoica”, come lo stesso Dollfus avrà modo di scrivere nel volume dedicato al riepilogo dei dati del Teodulo all’interno della sua monumentale opera “Matériaux pour l’étude des glaciers”. A cadenza oraria, dalle sei del mattino alle nove di sera, effettuavano rilievi di temperatura, pressione atmosferica, umidità relativa, direzione e forza del vento, nuvolosità, tipo e quantità di precipitazioni, integrandoli con altre descrizioni dettagliate dello stato del tempo e della montagna, dei fenomeni osservati e del manto nevoso e, d’estate, con la misure del tasso giornaliero di fusione del vicino ghiacciaio. Sopportarono temperature glaciali fino a -21,4 °C (il 14 marzo 1866) e bufere impetuose come quella del 12 febbraio dello stesso anno, “di una violenza estrema senza interruzione”, senza mai sospendere i rilievi e l’annotazione regolare dei dati sui registri.
Tante cose Gorret e i fratelli Blatter non potevano immaginare. Che nel giro di un sessantennio (Anni Venti del Novecento) l’altro piccolo riparo in pietra accanto al loro – già edificato nel 1852 come “Cantina di San Teodulo”, di cui lo stesso Gorret era custode – si sarebbe trasformato nel più moderno Rifugio Principe di Piemonte e poi, come oggi, “del Teodulo”. Che, passato un decennio ancora (1939), sulla vicina Testa Grigia (3480 metri) sarebbe comparsa la stazione di arrivo della funivia Cervinia-Plateau Rosa, dando avvio alla lunga stagione dello sci di un comprensorio di fama mondiale (Cervinia-Zermatt), e in seguito anche importanti stazioni meteorologiche e di ricerca ambientale dell’Aeronautica Militare e del Cnr. Che, però, la temperatura sulle Alpi si sarebbe alzata di tre gradi a furia di bruciare petrolio, gas e carbone, trasformando radicalmente quelle montagne, spogliandole sempre più delle loro nevi e dei loro ghiacci ed esponendole a un disfacimento accelerato. Che un giorno le misure meteorologiche da loro compiute con solerzia, nella calma tiepida di una giornata estiva come nella sferza di una tempesta invernale, sarebbero state sostituite da rilievi automatizzati di sensori elettronici con trasmissione dei dati via radio, telefonica o satellitare. E nemmeno che proprio il Cervino, sotto al quale avevano a lungo soggiornato, sarebbe divenuto un laboratorio per lo studio di questi cambiamenti climatici e ambientali.
Arriviamo così ai giorni nostri. A inizio luglio 2026, su iniziativa del Comune di Valtournenche e in collaborazione con Arpa Valle d’Aosta, la Regione Autonoma e la Società delle Guide del Cervino, è stata installata una stazione meteorologica in telemisura presso la nuova Capanna Carrel, a 3800 metri di quota lungo la via “normale” italiana al Cervino (Cresta del Leone). È equipaggiata di sensori per la misura di temperatura e umidità relativa dell’aria, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, radiazione solare diretta e globale, e di due webcam per la teleosservazione delle condizioni dei versanti. Ma a breve verranno installati nei dintorni – nonché a ridosso della sommità della “Gran Becca” – anche altri termometri per il monitoraggio della temperatura della roccia, in aggiunta a quelli già operativi da molti anni, volti a documentare la presenza e l’evoluzione del permafrost in profondità, il cui scongelamento contribuisce alla destabilizzazione degli ammassi rocciosi e incrementa così la propensione a frane soprattutto in stagioni estive eccezionalmente calde come quella attuale. La scelta del luogo non è casuale. Fin dalla rovente estate 2003, quando appena sotto la Capanna Carrel un crollo cancellò lo storico passaggio alpinistico della “Cheminée” portando alla luce una placca di ghiaccio in fusione, il Cervino è soggetto a distacchi vieppiù frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita alla vetta più problematica e pericolosa del consueto, tanto da indurne talora l’interdizione da parte delle autorità di Valtournenche e Zermatt (in questo luglio, pur in assenza di ordinanze ufficiali di chiusura, le guide svizzere hanno scelto di sospendere temporaneamente le ascensioni commerciali lungo la cresta dell’Hörnli). Si tratta di un fenomeno in accelerazione che riguarda tutte le Alpi e in generale le montagne del mondo in via di deglaciazione, ma che qui, sui fianchi del “più nobile scoglio d’Europa” – così John Ruskin, profeta della bellezza, definì il Cervino – assume una particolare rilevanza simbolica. Il Cervino diventa così un emblema internazionale degli effetti della crisi climatica sulle terre alte, come anche ha dimostrato la (vera) fotografia, ripresa lo scorso 25 giugno dalla guida alpina svizzera Lauber Harry e divenuta presto virale in rete, della parete Nord solcata da impetuose cascate dopo un temporale che ha scaricato pioggia torrenziale anziché neve fin sulla vetta a 4478 metri.
Ecco che nell’ultimo ventennio Arpa Valle d’Aosta ha predisposto, a ridosso del Cervino e nei dintorni, una moderna rete di monitoraggio delle temperature dell’aria, del suolo e della roccia che via via si è ampliata, e di cui la stazione installata quest’anno alla Capanna Carrel costituisce un nuovo tassello che aiuterà a comprendere meglio le relazioni tra cambiamenti climatici e instabilità del territorio, a studiare la dinamica di questi fenomeni e a cogliere segnali premonitori di situazioni potenzialmente a rischio. I dati della nuova installazione verranno resi disponibili on line prossimamente, ma intanto sul portale www.sottozerovda.it, realizzato da Fondazione Montagna Sicura nel quadro della Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, già si possono trovare le informazioni di sintesi sull’evoluzione del permafrost negli anni recenti, scoprendo che d’estate con l’aumento delle temperature il terreno scongela sempre più a fondo. Alla stazione di monitoraggio del Colle Superiore delle Cime Bianche (3100 metri, tra Cervinia e Champoluc) è presente una “catena” di termometri fino a 41 metri di profondità che nel periodo 2009-2022 – segnala l’Arpa Valle d’Aosta – ha mostrato un netto segnale di riscaldamento del permafrost di circa 0,45 °C al decennio a -10 metri, e di circa 0,15 °C al decennio a -40 metri. Il cosiddetto “strato attivo”, quello che nei mesi estivi scongela vicino alla superficie, nel 2023 e nel 2025 si è approfondito rispettivamente fino a 7,6 e 7,3 metri, record dall’inizio delle misure. E, tenendo presente che la temperatura media del permafrost dai 20 metri in giù si attesta intorno a -0,8 °C, il rischio che questo possente strato di detriti e roccia rimasto sottozero per millenni scongeli completamente nel giro di alcune decine di anni è reale, per lo meno a quote prossime a 3000 metri, con serie implicazioni per la stabilità degli ammassi rocciosi e di rifugi, infrastrutture e impianti di risalita che vi poggiano sopra, ma anche per l’ecologia dei suoli e gli ecosistemi locali. Più resiliente, per ora, il permafrost sopra i 4000 metri: la temperatura media annua della roccia sulla parete Nord del Cervino presso la vetta è ancora vicina a -12 °C.
Accanto al luogo in cui, un secolo e mezzo fa, svernarono i tre “soldati” scientifici di Dolfuss-Ausset, oggi sfrecciano migliaia di sciatori da tutto il mondo, anche d’estate. Ma oggi il caldo anomalo consuma rapidamente la neve anche alle soglie dei 3500 metri rendendo sempre più precario lo sci estivo, che quest’anno lassù resiste ancora tra gli ultimi lembi di neve sporca, ghiaccio grigio e grovigli di crepacci che vanno scoprendosi, e dovrà fare i conti con la nuova e straordinaria ondata di calore in vista per l’inizio di agosto.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








