Crisi di governo in Romania: il rischio instabilità e i timori dell’Ue

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BRUXELLES. Potrebbero avere vita breve i festeggiamenti dell’Ue per la fine del lungo governo di Viktor Orban in Ungheria. Dopo il voto di domenica in Bulgaria, che ha visto il trionfo di Rumen Radev – considerato più vicino a posizioni pro-Cremlino – ora notizie preoccupanti per la stabilità del continente arrivano anche dalla Romania.

Il Partito Socialdemocratico romeno (PSD) ha infatti annunciato che alla fine della settimana ritirerà i propri sei ministri dall’esecutivo, facendo venire meno il sostegno alla coalizione di governo. «Il PSD non può più restare ostaggio mentre la nostra base sociale viene distrutta», ha dichiarato il leader del partito, Sorin Grindeanu accusando il premier Ilie Bolojan di aver promosso misure di austerità.

Il PSD era finora l’azionista di maggioranza del governo guidato dal premier liberale, con 93 deputati sui 331 che compongono la Camera dei deputati romena. La coalizione è composta inoltre dal Partito Nazionale Liberale di Bolojan, l’Unione Salvate la Romania (anch’essi liberali) oltre al partito che rappresenta la minoranza ungherese in Romania. Il premier Bolojan ha dichiarato di non volersi dimettere, ma sia il PSD che la destra radicale dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni (il partito guidato da George Simion, primo nei sondaggi con il 35% dei consensi) hanno annunciato che presto potrebbero presentare mozioni di sfiducia, di fatto ponendo fine all’esperienza di governo.

Il governo di Bolojan era nato a maggio dello scorso anno dopo le dimissioni del precedente premier, Marcel Ciolacu – espressione proprio del PSD – in seguito al deludente risultato del candidato governativo alle presidenziali 2025, dopo che la tornata presidenziale del 2024 era stata annullata per le interferenze russe a supporto del candidato dell’estrema destra Calin Georgescu. Il presidente filoeuropeista, Nicusor Dan, ha escluso la nomina di un premier sostenuto dall’estrema destra, sostenendo che i quattro partiti della coalizione non hanno altra scelta se non continuare a governare.

Quella che potrebbe aprirsi ora per la Romania, tuttavia, è una fase complessa. Innanzitutto, perché è il Paese che fa registrare il deficit di bilancio più alto d’Europa (7,65% nel 2025, secondo dati del ministero delle Finanze romeno). E a complicare le cose c’è anche il rischio che la Romania, senza portare a termine entro agosto le riforme necessarie, perda ben 11 miliardi del Fondo di ripresa e resilienza post-pandemico, ovvero circa metà della dotazione complessiva.

«Ciò che vediamo oggi è qualcosa che mette a rischio le finanze del nostro Paese e fa saltare il governo», ha dichiarato il premier Bolojan, mentre il presidente Dan, nel tentativo di rassicurare i mercati, ha sostenuto che anche se ci sarà una crisi politica, «sulle questioni essenziali abbiamo prevedibilità».

Se si dovesse andare ad elezioni anticipate, inoltre – sarebbero le prime nella storia della Romania – ad oggi le forze di estrema destra, tra cui AUR di Simion e SOS Romania sono accreditate del 40% complessivo dei consensi. Il rischio che si apra un periodo di ingovernabilità dovuto a un Parlamento diviso sarebbe quindi più che concreto. E in caso di ingresso al governo delle forze di estrema destra, il Consiglio europeo dovrebbe vedersela con un nuovo ostacolo proveniente dall’Europa orientale, proprio ora che Bruxelles sperava di aver voltato pagina con l’Ungheria.

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