A un anno e mezzo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, i leader europei sembrano non aver ancora capito come gestire i rapporti con la sua amministrazione americana. La settimana iniziata con gli abbracci al G7 di Evian, all’insegna della sintonia e dell’“Occidente ritrovato”, è finita con gli insulti del presidente americano a Giorgia Meloni, dopo che il suo segretario alla Guerra, Pete Hegseth, aveva preso (metaforicamente) a schiaffi gli altri ministri della Difesa della Nato. Offrendo un antipasto di quello che potrebbe essere il vertice in programma ad Ankara il 7-8 luglio.
Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.
*L’AMICO SULL’ALTALENA*
Un amico, un alleato scomodo, ma necessario, oppure un avversario? Cos’è Donald Trump per l’Unione europea? Oggi ti scrivo questa newsletter dalla sala stampa del Consiglio europeo, dove è appena terminata la due giorni di vertice tra i capi di Stato e di governo.
Ieri sera si è discusso di Ucraina, di Russia e di Cina, in una sessione che è terminata nelle prime ore del mattino (era più o meno l’una e venti). Stamattina, invece, si è parlato principalmente del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea (una questione lontana dall’essere risolta: ne riparleremo nei prossimi mesi), di Medio Oriente e di immigrazione.
Ma nel corso della mattina è arrivata la notizia che ha sconvolto la giornata di Giorgia Meloni, con la premier che è dovuta uscire dalla sala del vertice per registrare il video di risposta a Donald Trump dopo l’intervista rilasciata dal presidente americano a La7.
Una crisi diplomatica certamente bilaterale, ma che rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme per l’intera Europa (o quasi) che persevera nel cercare di compiacere Trump, finendo puntualmente per essere umiliata. Lo ha fatto la premier Giorgia Meloni con quel “siamo sempre stati amici” a margine del G7 di Evian. Lo ha fatto il cancelliere tedesco Friedrich Merz con la maglietta della Germania numero 47 regalata al tycoon nella stessa occasione. E in qualche modo lo hanno fatto anche le istituzioni europee, con l’Europarlamento che nei giorni scorsi ha approvato a larga maggioranza quel tanto contestato accordo commerciale con gli Stati Uniti.
L’ultimo attacco, però, ha visto quasi tutti i leader europei schierarsi al fianco di Meloni. Emmanuel Macron si è detto “sorpreso” per le parole di Donald Trump e anche Pedro Sanchez, che non è certo uno dei migliori alleati di Meloni al Consiglio europeo, ha espresso la sua solidarietà alla premier “pubblicamente e privatamente” per un attacco “che non è né politico né personale e non si può nemmeno qualificare”.
Donald Trump torna quindi a essere un problema per l’Unione europea, dopo che il G7 di Evian aveva sparso ottimismo sulla ritrovata collaborazione transatlantica. Al vertice francese, Trump aveva sottoscritto tutti i documenti finali, compreso quello sulla Russia, e aveva addirittura firmato l’accordo con l’Iran nella reggia di Versailles. Tra gli applausi di Emmanuel Macron, soddisfatto per la perfetta riuscita del vertice.
Prima ancora dello scontro con Meloni, però, l’amministrazione americana aveva già mandato un chiaro avvertimento agli alleati europei. Alla ministeriale Difesa della Nato, che si è tenuta giovedì 18 giugno, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha usato toni molto duri nei confronti dei colleghi.
Ha definito “vergognoso” il rifiuto degli europei di concedere le basi militari per le operazioni in Iran. Ha detto che il Pentagono ha ormai avviato il piano per la revisione delle sue forze militari in Europa, che spera di concludere “nel giro di sei mesi o forse anche prima”.
E soprattutto è tornato a picchiare duro sulle spese militari degli alleati che non fanno abbastanza. Li ha definiti “free rider”, che letteralmente si traduce come “passeggeri abusivi”, ma che in sostanza vuol dire “approfittatori”: “Il nostro contributo sarà subordinato all’effettivo raggiungimento dei loro obiettivi di spesa”.
Tra meno di due settimane ci sarà il vertice Nato di Ankara e se il buongiorno si vede dal mattino, questo affondo di Hegseth sembra destinato a tenere banco nel summit in terra turca. Donald Trump presenterà il conto agli alleati e in particolare a quelli che sono ancora lontani dagli impegni presi lo scorso anno al vertice dell’Aia. Italia compresa.
Sarà con ogni probabilità il primo faccia a faccia tra il presidente americano e Meloni dopo lo scontro di oggi. E chissà, questa volta, da quale parte oscillerà l’altalena dei rapporti transatlantici.
*DATTERI AMARI*
L’atteggiamento da tenere nei confronti del governo israeliano continua a dividere i governi dell’Unione europea, in particolare per la risposta da mettere in campo alle violazioni del diritto internazionale a Gaza, in Libano e in Cisgiordania.
La proposta di sanzionare il ministro estremista Itamar Ben-Gvir, rilanciata dal governo italiano dopo il suo atteggiamento nei confronti degli attivisti della Flottilla, è stata respinta perché non c’è l’unanimità necessaria tra gli Stati membri.
Alcuni governi, guidati da Francia e Svezia, hanno allora proposto di introdurre dazi o restrizioni commerciali sui tanti prodotti che l’Ue importa dalle colonie occupate illegalmente, come agrumi, datteri oppure olio d’oliva. Ma l’Ue si è incartata sullo strumento giuridico più adatto e non si tratta soltanto di un tecnicismo.
Secondo la Commissione europea, si tratta di una misura di politica estera equiparabile alle sanzioni. Ciò significa che, per essere approvata, richiede l’unanimità. Il problema è che a oggi non c’è l’unanimità necessaria per sanzionare Israele perché alcuni Paesi – tra cui la Repubblica Ceca, ma anche la Germania – sono contrari.
Secondo il servizio giuridico del Consiglio, invece, si tratta di una misura di tipo commerciale che quindi può essere adottata a maggioranza qualificata. In questo caso il quorum è alla portata, anche se il governo italiano – che rischia di essere l’ago della bilancia – non si è ancora espresso in modo chiaro su questo punto. In ogni caso, ora la Commissione dovrà “presentare delle opzioni”.
*LONTANO DAGLI OCCHI, LONTANO DAL CUORE*
Il Parlamento europeo ha dato il suo via libera definitivo al nuovo regolamento rimpatri, un importante pezzo del puzzle che va a comporre il nuovo Patto migrazione e asilo, entrato in vigore la scorsa settimana. La cosiddetta “maggioranza Ursula” si è spaccata e il testo è stato approvato grazie al sostegno dei gruppi dell’estrema destra.
I governi potranno mandare i migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale in Paesi terzi, dove potranno essere detenuti in centri chiusi. Si tratta dei cosiddetti “return hubs”, celebrati come un grande successo nell’ormai tradizionale riunione tra alcuni capi di Stato e di governo che anche questa mattina ha già preceduto il Consiglio europeo (ospitata dai leader di Italia, Danimarca e Paesi Bassi). Sono già in corso i negoziati con i potenziali Paesi ospitanti, ma sui potenziali candidati vige il massimo riserbo. Emmanuel Macron ha detto che la Francia non è interessata.
In attesa del rimpatrio, i migranti potranno essere trattenuti per un periodo di 24 mesi, prorogabili fino a 30. Prima ancora, “per preparare o garantire l’effettivo rimpatrio”, le autorità nazionali potranno effettuare perquisizioni nelle loro case, e sequestrare gli effetti personali, come i telefoni.
Le associazioni che difendono i diritti dei migranti hanno denunciato una deriva che porterà il modello europeo verso quello americano dell’Ice. E che, secondo l’ong Medici nel mondo, “avrà conseguenze dirette, prevedibili e gravi sulla salute fisica e mentale delle persone” perché molti potrebbero rinunciare alle cure, visto che le nuove regole aprono anche alla possibilità di perquisire cliniche e reparti d’emergenza degli ospedali.
*BOLLETTE SENZA PACE*
Quanto tempo ci vorrà per tornare alla normalità nei mercati energetici dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, in seguito all’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran? “Qualche mese” per quanto riguarda il petrolio e “almeno due anni” per quanto riguarda il mercato del gas.
Sono le stime della Commissione europea che dicono una cosa molto chiara: il costo delle bollette continuerà a rimanere alto a lungo, soprattutto per quei Paesi come l’Italia che continuano a essere molto dipendenti dal gas. Bruxelles sta preparando un piano per spingere l’elettrificazione: sarà presentato il prossimo 15 luglio e conterrà un obiettivo numerico in termini di elettrificazione.
*LA CARNE È DEBOLE*
Il Parlamento europeo ha approvato una proposta legislativa che introduce per la prima volta una definizione ufficiale di “carne” come “parte commestibile di animali”. E quindi solo i prodotti che contengono “parti commestibili di animali” potranno essere venduti con determinate denominazioni.
Tra i termini tutelati figurano manzo, vitello, maiale, pollo, agnello, ma anche tagli come bistecca, filetto, lombata, costine, T-bone, ribeye e pancetta. Queste denominazioni non potranno quindi essere utilizzate per prodotti vegetariani, ma nemmeno per beni ottenuti da colture cellulari o carne coltivata in laboratorio. Salvo invece l’hamburger vegano e pure la salsiccia di tofu.
Mi sembrava la giusta notizia da mettere in coda (e non nel senso di “coda” come “parte commestibile di animale”).
Buon weekend e alla prossima settimana!
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