Il mondo del lavoro affronta un urto inedito. L’intelligenza artificiale ridisegna le certezze globali lasciando sul campo vincitori e vinti, in una dinamica complessa lontana dalle semplificazioni. David Card, premio Nobel per l’Economia 2021, osserva queste trasformazioni dal Festival Internazionale dell’Economia di Torino. Il quadro tracciato dall’economista canadese fotografa una frattura generazionale profonda. «Ogni volta che emerge una nuova tecnologia c’è chi ne guadagna e chi ne perde, possiamo già osservare occupazioni danneggiate», avverte Card. E servono risposte immediate, anche se le soluzioni non sono semplici.
Negli ultimi anni la narrazione sull’intelligenza artificiale, spinta dalla Silicon Valley, descrive una dinamica a somma zero e senza sconfitti. È corretta?
«Nella storia ogni volta che emerge una nuova tecnologia si registrano vincitori e vinti. Possiamo già osservare esempi concreti di occupazioni frenate o danneggiate dall’arrivo dei modelli linguistici di grandi dimensioni. Se guardiamo ai lavori per gli ingegneri del software nei settori tradizionali, l’occupazione registra un calo. Questa specifica professione è raddoppiata tra il 2010 e il 2023 con un incremento enorme, ma oggi risulta piatta. Le grandi aziende tecnologiche assumono meno personale con queste competenze e settori trainanti come quelli di Uber o Amazon non integrano più figure simili con lo stesso ritmo del passato».
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Cosa comporta questo per i lavoratori del comparto tech?
«Un laureato di otto anni fa un tempo sarebbe stato pronto per una promozione a manager, chiamato a supervisionare un team di giovani, ma oggi questo passaggio non avviene con la stessa frequenza. Chi si trova a cinque o dieci anni dalla pensione in quel settore teme per il proprio posto di lavoro. Sono perdenti in questo scenario, al netto delle dinamiche future fuori dai settori del codice tradizionale in cui l’occupazione cresce in modo marginale, ma il saldo totale frena a tutti gli effetti».
Diversi governi valutano l’introduzione di un reddito di base universale per ripristinare un equilibrio sociale in Europa. È una strada percorribile per tutelare chi resta indietro?
«Il problema del reddito di base universale è il suo costo fuori portata. Immaginiamo di garantire a tutti in Italia un reddito annuale modesto pari a 20.000 euro. Il governo andrebbe in bancarotta in un secondo. Anche se solo il terzo più povero della popolazione ricevesse tale cifra, visti i pesanti problemi di bilancio delle maggiori democrazie inclusi gli Stati Uniti, sarebbe un traguardo insostenibile. È l’equivalente di quello che facciamo oggi con gli anziani».
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I bilanci statali non possono reggere un carico simile?
«Un terzo della popolazione riceve benefici pensionistici vicini a quelle cifre, i governi non possono estendere lo stesso trattamento a un altro terzo dei cittadini. Le istituzioni faticano già a risolvere il nodo del bilancio legato ai giovani che lavorano per sostenere chi è ritirato dalla vita attiva e beneficia delle pensioni. I costi dell’energia sono schizzati verso l’alto e finanziare misure simili per tutti richiederebbe risorse enormi, mettendo a rischio le fondamenta dei bilanci pubblici».
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Le strade d’Europa sono teatro di proteste giovanili. I ragazzi manifestano per il clima e per le diseguaglianze strutturali. Come valuta queste tensioni?
«Il sistema dell’istruzione pubblica in Paesi come la Francia riceve fondi insufficienti, in particolare nelle aree urbane disagiate e nelle periferie. Vi è una narrativa condivisa tra i giovani caratterizzata da un radicato pessimismo sul futuro e sulle conseguenze del cambiamento climatico, alimentata da estati torride e fenomeni estremi. Gli investimenti necessari per affrontare la situazione ambientale sono su scala immensa. Le diseguaglianze diventano sempre più grandi, ma bisogna fare una distinzione precisa. La disparità legata al mercato del lavoro non cresce in modo allarmante dalla fine degli anni Novanta. Il vero divario riguarda le persone molto ricche che detengono una quota enorme dei guadagni patrimoniali accumulati negli ultimi venti anni. Questi soggetti non traggono il reddito dal lavoro salariato, ma dai redditi d’impresa, sfuggendo a una tassazione proporzionata. Il carico fiscale risulta punitivo per i giovani, i quali sono costretti a versare un terzo del loro stipendio per le tasse sul reddito e la previdenza sociale a sostegno degli anziani».
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In Europa e negli Stati Uniti si discute di una tassa sulla ricchezza per correggere queste distorsioni. Crede possa funzionare per riequilibrare la frattura?
«La maggior parte degli economisti nutre dubbi profondi sul tema. Paesi come la Svezia l’hanno sperimentata in passato per poi concludere che non portava i frutti sperati. Altre nazioni l’hanno riproposta, c’è un’iniziativa in California per introdurla, ma sembra destinata a fallire creando disordini e una fuga di capitali. In molti Stati americani un’alta percentuale delle entrate dipende dalle tasse sul reddito versate da chi percepisce salari elevati, spingere queste persone a trasferirsi avrebbe costi devastanti. Negli Stati Uniti il partito di destra è una strana combinazione di persone molto agiate e cittadini a basso reddito attratti da idee populiste».

L’ostacolo è quindi di natura politica?
«Figure politiche vicine a Donald Trump hanno convinto la classe lavoratrice che la tassa sulla ricchezza sia una cattiva idea, presentandola come una minaccia diretta ai loro interessi. Finché politici di questo stampo avranno un controllo simile sull’elettorato, una misura del genere non troverà il supporto necessario per diventare realtà. Manca una visione condivisa del futuro da parte dei miliardari. Molti si convincono di potersi isolare nelle loro tenute di lusso trascurando la società, estraendo ricchezza dal mercato e disinteressandosi delle ricadute sul resto della popolazione, portando con sé le future generazioni nei loro ritiri esclusivi».
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L’Europa appare schiacciata tra un’America isolazionista e una Cina proiettata verso l’esportazione di massa. Quale futuro per l’Ue?
«La pressione sull’economia internazionale causata dalla Cina deriva dalle loro esportazioni fuori misura combinate a una totale mancanza di importazioni. Questo modello aggressivo ha cancellato il settore automobilistico tedesco in questi mesi, proprio come vent’anni fa i tedeschi avevano operato in un modo simile cancellando il settore automobilistico italiano o britannico».
E adesso?
«Oggi il panorama è dominato dalla tecnologia e l’Europa fatica a tenere il passo della competizione. Tutti gli europei hanno uno smartphone e usano tecnologie abilitate da Internet in ogni settore, ma i fornitori di questi servizi sono quasi tutti americani. L’Europa non beneficia della crescita economica legata alle grandi piattaforme digitali».
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Manca il capitale umano o la struttura per crescere?
«Da un lato vedo che città europee come Berlino, Londra o Parigi sfornano talenti eccezionali per il mercato globale, programmatori di primo livello grazie a ottimi sistemi scolastici. Tuttavia il continente non possiede aziende della portata di Amazon, Uber o Meta per far fruttare queste menti, perdendo l’opportunità di dominare i mercati. Dall’altra parte gli Stati Uniti vivono un isolamento culturale preoccupante».
Come mai?
«C’è un problema di fondo nella società americana, i cittadini faticano a vedere il mondo nella sua interezza e vivono distaccati dalle dinamiche globali. Molti americani non sanno nemmeno dove sia Bruxelles e una percentuale minima possiede il passaporto. Manca la consapevolezza del ruolo americano nel mondo e questo alimenta pulsioni populiste incontrollabili, in attesa che si avveri la profezia di Winston Churchill secondo cui gli americani faranno la cosa giusta solo dopo aver esaurito le altre opzioni».
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Il declino istituzionale e la sfiducia nei governi sono temi centrali del dibattito. La nostra società affronta una minaccia simile a quella della Grande Depressione?
«La Grande Depressione fu un evento di portata distruttiva unica, con il 30% del Prodotto Interno Lordo sparito nel nulla in pochi anni. Migliaia di aziende collassarono e i cittadini persero ogni fiducia nelle istituzioni, un terzo dell’economia si volatilizzò. Non credo che la situazione odierna sia paragonabile a quel disastro».
Bensì?
«Negli Stati Uniti il momento di massima rottura istituzionale è coinciso con la guerra del Vietnam, un evento di grande stress in cui il Paese si rese conto di perdere un conflitto su larga scala con cinquantamila vite spezzate, scatenando un dissenso profondo nelle piazze e un crollo della fiducia».

E oggi quale tipo di declino affrontano le nuove generazioni?
«Oggi i diciottenni non rischiano di essere spediti a combattere nella giungla perdendo la vita, ma affrontano un declino politico diverso e logorante. La politica americana è bloccata, l’età media dei parlamentari è fuori scala e tocca vette inaudite con politici ottantenni che controllano il potere. Gli anziani gestiscono l’intero apparato governativo e beneficiano di un sistema costruito su misura per le loro esigenze».
Cosa ne deriva?
«Questo scollamento generazionale genera un cinismo inevitabile nei giovani, i quali non si sentono rappresentati da una classe dirigente in età da pensione avanzata. È il riflesso di un mondo costruito a uso e consumo di chi ha smesso di lavorare. Ed è questo il punto che deve essere affrontato dai decisori per evitare ulteriori fratture».
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