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Debito record e rendimenti ai massimi, cosa sta succedendo ai titoli di Stato in Francia

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Rendimenti dei titoli decennali ai massimi dal 2002, debito record e una Bce che per ora non sembra intenzionata a intervenire. Con queste tre incognite la Francia vive uno degli autunni finanziari più difficili della sua storia recente, e i mercati scontano il nervosismo per l’instabilità politica del Paese. Il campanello di allarme si è fatto più insistente l’1 ottobre scorso, quando il primo ministro Sébastien Lecornu ha presentato il budget da mettere a bilancio per il 2027. In pochi minuti, il rendimento degli Oat ha segnato il 4,96% intraday. Il giorno dopo, lo spread con il Bund tedesco ha toccato il massimo dalla crisi del debito del 2012, e nella mattinata del 7 ottobre viaggia sui 136 punti base, senza segnali di discesa. Le tensioni sui titoli di Stato si sono già riversate anche sui mercati valutari di tutta l’eurozona, con l’euro sceso il 5 ottobre ai minimi sul dollaro da maggio 2025, complice l’incertezza politica in Spagna e mentre gli spread di diversi Paesi Ue si sono allargati in simpatia con quello francese.

La Banque de France e la Bce

A confermare la gravità della situazione è stato il governatore della Banque de France, Emmanuel Moulin, intervistato il 7 mattina dall’emittente radiofonica France Inter. Per Moulin la vera leva a disposizione della Francia è politica. Approvare un bilancio credibile che fissi un tetto al deficit sarebbe «una prima tappa» per rassicurare i mercati. «Se l’onere degli interessi aumenta ogni anno di dieci miliardi – ha detto Moulin -, diventa sempre più difficile ridurre il nostro deficit perché ogni volta che facciamo dei risparmi, vengono divorati dall’aumento dell’onere degli interessi e inoltre non possiamo più finanziare le nostre priorità, che si tratti dell’istruzione, del futuro, della difesa».

Di fronte all’aumento dei rendimenti, ci si chiede se la Bce interverrà, ad esempio attivando lo scudo anti-spread introdotto nel 2022, il Transmission Protection Instrument. Per ora la risposta sembra negativa. Il banchiere tedesco Joachim Nagel, membro del consiglio direttivo, ha chiarito che lo strumento serve a garantire la stabilità dei prezzi, non a rispondere a uno specifico livello di spread tra Paesi. E c’è anche un ostacolo tecnico, perché la Francia è sottoposta alla procedura europea per deficit eccessivo, condizione che la esclude di fatto dai criteri di accesso allo scudo. A mettere il sigillo è stato lo stesso governatore Moulin nell’intervista rilasciata poche ore fa. «La missione della banca centrale – ha ricordato ai microfoni di France Inter – è lottare contro l’inflazione e mantenerla intorno al 2%, Non penso ci siano le condizioni per intervenire» sulla crisi francese.

Il debito e la leva politica

Secondo l’istituto nazionale di statistica francese, l’Insee, a fine giugno 2026 il debito pubblico francese ha raggiunto 3.595,5 miliardi di euro, pari al 119% del Pil, un record destinato a salire al 121,7% nel 2027 secondo il Tesoro. Il deficit/pil è stimato al 5,4% per il 2026, lontano dal tetto del 3% Ue. Il governo punta a scendere al 5% nel 2027 con 43 miliardi di nuove misure, per uno sforzo complessivo vicino ai 54 miliardi che include un contributo ai pensionati e il congelamento di alcune prestazioni sociali. La spesa per interessi salirà da 79 a 91 miliardi in un solo anno, sottraendo risorse ad altre priorità.

Il bilancio arriverà in aula all’Assemblea nazionale il 12 ottobre, con il voto fissato per il 17 novembre, ma da mesi il governo non dispone di una maggioranza stabile. Lecornu ha detto di voler evitare l’articolo 49.3 della Costituzione, che permette di far passare un testo senza voto, ma non ha escluso nulla, nemmeno il ricorso alle ordonnances, un sistema che consente di approvare il bilancio bypassando il voto del Parlamento pur prevedendo un passaggio parlamentare. Nel 2026 la manovra era stata approvata a febbraio proprio con l’articolo 49.3, dopo che il premier era sopravvissuto a due mozioni di sfiducia grazie a concessioni fatte ai socialisti. La tensione è tale che nelle scorse ore il ministro dell’Economia Roland Lescure – definendosi «il guardiano del tempio» dei conti pubblici – ha ribadito che «tutti gli strumenti sono disponibili» per arrivare a un testo approvato.

La campagna elettorale

La crisi dei conti pubblici è ormai entrata a pieno titolo anche nella corsa alle presidenziali del 18 aprile e del 2 maggio 2027, dove Marine Le Pen guadagna punti nei sondaggi. Il 6 ottobre la leader del Rassemblement National ha presentato un piano da 140 miliardi di euro di risparmi netti entro il 2032, basato su tagli alla spesa per l’immigrazione, la soppressione di numerose agenzie pubbliche e un tetto di cinque miliardi al contributo netto versato al bilancio Ue, evocando anche un confronto con la Bce per alleggerire il costo del debito.

Il leader del partito di sinistra radicale La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon ha aperto uno scontro senza precedenti con la banca di Francia, dopo che Moulin aveva avvertito che senza un’azione decisa Parigi rischia di essere progressivamente «strangolata» dall’aumento dei tassi. Mélenchon lo ha accusato di aver compiuto un atto di tradimento invitando implicitamente gli speculatori a colpire il Paese, promettendo di perseguirlo. Alla radice dello scontro c’è anche la proposta di Mélenchon di cancellare la quota di debito pubblico detenuta dalla Banque de France, che Moulin ha bollato come illegale, pericolosa e inutile.

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