Si alza il livello dello scontro su Diageo. Dopo che il 29 luglio l’azienda ha confermato l’intenzione di procedere con i licenziamenti annunciati una settimana fa, il sindacato ha proclamato una prima giornata di sciopero di otto ore, in programma per il 5 agosto, accompagnata da un presidio davanti alla sede milanese di Assolombarda. Al centro della protesta i 96 posti di lavoro a rischio sugli attuali 127 impiegati italiani. Si tratta dell’ultimo atto di un ridimensionamento che in pochi mesi ha eroso quasi per intero la presenza del colosso britannico degli alcolici nel nostro Paese.
IL RIASSETTO
Diageo lascia l’Italia, licenziate 96 persone su 127, i dipendenti erano 500 un anno fa
Da 500 dipendenti a una trentina
Un anno fa Diageo – proprietaria dei marchi Guinness, Baileys, Smirnoff, Gordon’s e Johnnie Walker – contava in Italia circa 500 dipendenti, distribuiti tra lo stabilimento di Santa Vittoria d’Alba, in Piemonte, e la sede di Torino. Nel 2025 il sito produttivo albese è stato ceduto al gruppo NewPrinces, che ne ha assorbito il personale. La sede torinese, riorganizzata già nel 2022, è stata poi trasferita a Milano. Ora, se il piano annunciato una settimana fa andrà in porto, a Milano resteranno appena 30 persone, incluso il ceo. Diageo inquadra la scelta italiana dentro un piano di riduzione dei costi su scala mondiale, che prevede il taglio di 15mila posti di lavoro su un organico complessivo di circa 90mila addetti. Ma la vicenda italiana ha una sua specificità.
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Fino a pochi mesi fa l’azienda aveva spiegato di volere investire nel nostro Paese come mercato di punta, assumendo fino a poche settimane fa personale che ora viene licenziato mentre è ancora in periodo di prova. Il cambio di passo porta con sé la decisione di esternalizzare le attività di distribuzione e vendita a un partner commerciale terzo, mentre le funzioni oggi svolte in Italia verranno centralizzate all’estero, in parte in un hub già attivo a Budapest. Il paradosso, denunciano i sindacati, è che questa scelta arriva mentre l’azienda continua a registrare risultati economici significativi nel nostro Paese. «Esprimiamo forte disappunto nei confronti della società – ha detto il segretario generale della Uila Lombardia Alberto Donferri -, si tratta di un atteggiamento che tratta l’Italia solo come un bancomat da prosciugare e poi abbandonare».
Il nodo del piano sociale
Al centro del braccio di ferro c’è soprattutto il “piano sociale”, cioè l’insieme delle misure di accompagnamento previste per chi perderà il lavoro. L’azienda si è limitata, spiega una nota sindacale, a un impegno generico su un eventuale futuro assorbimento del personale da parte del partner commerciale che rileverà la distribuzione dei prodotti, senza offrire garanzie concrete.
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Una proposta giudicata «del tutto insufficiente» dalle assemblee dei lavoratori, che riuniscono situazioni molto diverse tra loro: da un lato dipendenti con anni di anzianità e famiglie a carico, dall’altro persone assunte di recente che avevano lasciato altri impieghi fidandosi di piani di sviluppo aziendale smentiti nel giro di pochi mesi.
Cosa succede ora
Diageo ha fatto sapere di voler avviare i licenziamenti entro il 31 ottobre, respingendo per il momento ogni ipotesi di riduzione degli esuberi o di ricollocazione interna del personale. Nelle assemblee del 30 luglio i lavoratori hanno confermato a larga maggioranza la linea del sindacato, chiedendo che la trattativa prosegua per ottenere condizioni più tutelanti. Lo sciopero dell’8 agosto, spiegano dalla Uila, è solo la prima tappa di una mobilitazione che si annuncia destinata a proseguire, mentre il countdown verso la scadenza di fine ottobre continua a correre.
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