Domenico e il diritto di morire: quel sì al suicidio assistito che ancora non basta a dargli pace

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Domenico ha diritto di morire dal 18 maggio. Ma nessuno gliel’ha detto. Malato di sclerosi multipla, aspetta una risposta. Scritta e firmata, ma tenuta in un cassetto. La sua richiesta giace da otto mesi nelle pieghe della burocrazia: i tempi della procedura divorano il tempo di una vita che lui non riconosce più come sua.

Domenico Zuccarella ha 59 anni, lombardo di Giussano, faceva l’imbianchino. La sclerosi multipla lo accompagna dal 2009 e lo ha preso pezzo per pezzo: oggi muove a stento la mano sinistra – appena tre dita – e vive tra il letto e la carrozzina, imboccato, lavato, sollevato da altri. L’8 novembre 2025 ha chiesto all’Asst Ovest Milanese di verificare se possiede i requisiti per il suicidio medicalmente assistito. Da allora, l’attesa.

Il sì che lo Stato gli ha nascosto

Come funziona, in Italia, lo ha stabilito la Corte costituzionale. Servono quattro condizioni: una patologia irreversibile; sofferenze ritenute intollerabili; la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale; la capacità di decidere in modo libero e consapevole. A verificarle è l’azienda sanitaria, attraverso una commissione medica multidisciplinare. Per Domenico, la commissione ha sottoscritto la propria relazione il 18 maggio: a maggioranza, ha accertato la sussistenza dei quattro requisiti. Ha individuato le modalità con cui procedere. E persino i farmaci, i dosaggi e il meccanismo di autosomministrazione. Un sì, insomma. Pieno. Eppure quella relazione è rimasta, per oltre un mese, lettera muta.

A farla emergere è stata l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, che coordina il collegio legale di Domenico. Dopo numerosi solleciti, una diffida ad adempiere e infine un ricorso d’urgenza in tribunale, il contenuto favorevole è stato conosciuto dalla difesa soltanto attraverso i documenti prodotti dall’Asst per l’udienza. Senza quella richiesta di accesso agli atti, Domenico forse non saprebbe nemmeno di aver ricevuto un sì.

Otto mesi di attesa e la sesta visita

Le linee guida della Regione Lombardia – assessorato al Welfare guidato da Guido Bertolaso – fissano in 145 giorni, quasi cinque mesi, il tempo massimo per concludere l’iter. Scaduto. Le stesse indicazioni chiedono di agire «in un’ottica di tutela della dignità della persona e di minimizzazione delle sofferenze».

Domani alcuni componenti della commissione torneranno nella struttura dove Domenico vive per visitarlo di nuovo. Sarà la sesta volta. L’Associazione Luca Coscioni non contesta il supplemento di verifica: del resto, il parere non è vincolante. «Non mettiamo in discussione la necessità che il Comitato etico disponga di tutti gli elementi e svolga gli approfondimenti che ritiene necessari», premette Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni. Il punto è un altro: «Non si può ignorare la distanza ormai enorme tra il tempo delle procedure e il tempo vissuto da una persona che si trova ogni giorno in una condizione di sofferenza insopportabile e irreversibile. Gli approfondimenti devono essere accurati, ma anche svolti in tempi compatibili con le condizioni e con i diritti di chi attende: lo afferma anche la Corte costituzionale. Dopo quasi otto mesi, Domenico ha diritto a una risposta definitiva e a tempi certi».

«Sono stanco, non ne posso più»

La richiesta è legittima ma perché arriva ora, in una procedura che ha già prodotto un lungo e corposo accertamento medico favorevole? Dietro le date e gli atti c’è un corpo che non obbedisce più e un dolore che non concede tregua. «Domenico è sottoposto a clisteri e a manovre di evacuazione manuale, assume una copiosa terapia antidolorifica e farmaci antitrombotici per scongiurare un’altra trombosi polmonare. Senza i suoi caregiver, morirebbe di stenti, in preda ad atroci sofferenze».

Lo hanno visitato sei volte – psichiatra, psicologo, neurologo, medico legale, anestesista, palliativista – per stabilire se fosse abbastanza lucido da decidere di morire. Nell’intervista rilasciata a La Stampa il 15 giugno ha raccontato di essersi sentito «un numero, una pratica da sbrigare». A uno psichiatra che gli chiedeva di mettersi nei loro panni, ha risposto: «Fatene voi una, di giornata come le mie». E poi ha pronunciato quella frase che vale più di ogni perizia: «Mettetevi voi nei miei panni, per una sola giornata. Poi lasciatemi andare».

Il 23 giugno, davanti al giudice, Domenico ha ribadito: «Sono stanco, non ne posso più». Gli hanno chiesto se fosse lucido abbastanza da scegliere la morte. Nessuno si è chiesto quanto fosse crudele costringerlo ad aspettarla.

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