Donald Sassoon: “Regno Unito, cambiare leader non risolve nulla”

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LONDRA. «È il complesso messianico di cui soffrono ormai non solo i partiti di destra ma anche quelli di sinistra. L’idea insomma che quando le cose vanno male basti cambiare il leader per risolvere i problemi. Purtroppo è una illusione. I Laburisti sono scesi al 17 per cento nei sondaggi degli ultimi mesi, non basterà sostituire Starmer con Burnham». Da storico, studioso del socialismo e del marxismo europeo, professore emerito alla Queen Mary University di Londra, autore di una bibliografia sterminata, Donald Sassoon di illusioni ottiche dei «partiti in cerca d’autore» ne ha viste tante. Starmer certamente, con il suo grigiore e le continue marce indietro su tante scelte, ha aggravato la crisi. Le cause però sono più profonde, a cominciare dalla fine del sistema bipartitico tradizionale in Inghilterra.

«Anche la tanto sbandierata vittoria elettorale dei Laburisti nel 2024 in realtà è stata una illusione dovuta al nostro strano sistema elettorale – spiega Sassoon –. Due anni fa Starmer ha beneficiato del fatto che gli elettori di destra si sono divisi tra Conservatori e Reform di Farage, favorendo la vittoria dei candidati laburisti nelle singole circoscrizioni. Da qui la supermaggioranza conquistata in Parlamento. Poi però hanno cominciato a perdere colpi. Moltissimi iscritti hanno abbandonato il partito perché simpatizzavano per la sinistra di Corbyn, costretto ad andarsene da Starmer che gli ha fatto la guerra. Il costo della vita è il maggiore problema, che colpisce ormai anche i ceti medi. Probabilmente sarebbe accaduto anche con altri leader, visto che le cause sono più internazionali che interne ma Starmer è un pessimo comunicatore, non è riuscito a spiegare come stavano le cose. Così in poco tempo ha subito un vero tracollo di popolarità. Le conseguenze si sono viste nelle ripetute sconfitte alle amministrative».

Starmer insomma da mesi è un’«anatra zoppa». Da leader di partito si è trasformato in un handicap. Così all’interno dei vertici laburisti, compresi i potenti sindacati, gli hanno fatto capire che non si poteva pensare di andare alle prossime politiche sotto la sua guida. Se l’obiettivo è battere la destra, Burnham almeno nelle suppletive della scorsa settimana ha dimostrato di poterlo fare. Un test però limitato a un collegio da 77 mila elettori.

Scommessa dunque tutta da giocare, cosa dobbiamo attenderci da un governo Burnham? «Non credo grandi cambiamenti – risponde Sassoon –. Innanzitutto non è una figura politica di spicco. Ha una limitata esperienza di governo. Ha ricoperto ruoli minori con Blair, poi meno di due anni nell’esecutivo di Gordon Brown. Di lui ministro della Sanitàsi ricorda solo la privatizzazione di un ospedale dell’Nhs, il servizio sanitario pubblico, che finì malissimo. Certamente poi ha fatto bene come sindaco di Manchester, ma è solo la quinta città inglese per numero di abitanti. Insomma è ben diverso gestire una amministrazione locale dal governare un intero Paese, politica estera compresa».

In ogni caso, obiettiamo, probabilmente sposterà più a sinistra la barra del governo, visto che sostiene la nazionalizzazione di servizi essenziali e l’intervento statale in economia. «Sono cose che aveva detto anche Starmer, poi si devono fare i conti con i limiti di governo – replica Sassoon –. Burnham si è spostato a sinistra per avere l’appoggio dell’ala del partito messa all’angolo in questi anni. Dovrà fare i conti anche lui con la situazione economica e internazionale, che impone vincoli e paletti di bilancio e di spesa pubblica. Per questo attendersi l’arrivo del messia non è saggio. I leader politici di oggi hanno molto meno potere di un secolo fa».

Il cambio a Downing street è frutto di una crisi extraparlamentare, tutta giocata all’interno del partito laburista. La destra di Farage chiede a gran voce le elezioni.


Marc Farage 

«Fintanto che il nuovo premier ha la maggioranza in Parlamento è legittimato a governare – spiega lo storico –. È accaduto molte volte in passato nel cambio tra Eden e Macmillan, poi tra Macmillan e Douglas-Home, ancora tra Wilson e Callaghan, fino ai tempi più recenti tra May e Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak. Non c’è nulla di anomalo. Il vero problema del sistema istituzionale britannico è la fine del bipartitismo. Con cinque partiti che ormai si contendono larghe quote di elettorato alle prossime politiche si rischia ancora maggiore instabilità, con un Parlamento paralizzato dove nessuno ha la maggioranza. Questa è la vera crisi del sistema».

Una crisi che i Laburisti sperano di esorcizzare con un candidato più popolare e mediatico. Concessione alla politica spettacolo di oggi e necessità di sopravvivenza.

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