TORINO. Un somaro che vola su Torino e subito pare di sentire Alberto Sordi che dà la voce a Ollio mentre canta «Guarda gli asini che volano nel ciel», solo che questo asino viene issato da una visibilissima gru. Driant Zeneli, l’artista che ha realizzato il video, non nasconde e non provoca, traduce l’aspettativa con un asino che sta bene sopra le piazze irritate dall’indifferenza.
Zeneli, albanese che da tempo si divide tra Tirana e l’Italia, partecipa alla chiamata del Mao, il museo di arti orientali di Torino che ogni anno invita creativi a riattivare la collezione in chiave contemporanea e dal 31 ottobre espone le nuove declinazioni.
Dove nasce l’idea?
«Dalla classica visita da curioso nelle sale del Mao. Noto la foto di una sculturina con un cavallo e in teoria un cavaliere ormai impossibile a vedersi. L’oggetto è in restauro, ma subito mi ricorda le storie infantili di Nasreddin, un personaggio che popola i racconti delle nonne. Nasce nel 1.200 in Anatolia, la attuale Turchia. Io sono albanese e da noi i cinque secoli sotto il dominio ottomano si sentono tutti. Una discendenza di cui fa parte Nasreddin: buffo, goffo, autoironico. L’ho scelto per raccontare la Torino che vedo: città capace di interpretare questo presente».
L’asino parla di presente?
«Il suo padrone lo dice pure, quando lo accusano di aver scelto un mezzo lento per spostarsi e lui spiega la differenza tra meta e destinazione, chiarisce che il centro del mondo può partire da dove stai».
Torino può essere il centro del mondo?
«Vivo tra Tirana e Torino dal 2008, per me è stato un colpo di fulmine. Qui si vedono i segni del potere, quello imperiale, quello industriale, l’impronta di diversi leader».
Non sembra un fattore attrattivo.
«Non lo è, ma spinge alla scoperta: si respira il fascino della sfida al potere silenzioso, avverto la vena di energia che lo mette in discussione. Per questo l’asino di Nasreddin non si muove sulla cartolina della città. Non si vede la Mole, per esempio. Non mi interessa, ma quando viene chiesto all’asino di imparare a volare, lo fa davanti alla statua di Carlo Alberto, un gioco pieno di umorismo. Ci vedo Davide contro Golia. La stessa sfida nelle piazze oggi».

Proteste in Albania, in Italia, in Francia: è la rivolta di una generazione?
«È l’immagine della frustrazione che stiamo vivendo. Una rabbia collettiva, una forma di erosione. Abbiamo già sentito queste voci, solo oggi sono diventate polifoniche. Sono contro la violenza, però capisco l’agitazione».
Come dovrebbe esprimersi questa agitazione?
«Ribadisco, sono contro la violenza, eppure chi provoca è più colpevole di chi reagisce. Farlo spaccando non è un bel gesto, ma siamo esseri umani, con sangue, vene, emozioni forti. Non vorrei restasse solo il moralismo».
Come se ne esce?
«Con una intelligenza collettiva, con la pazienza e la ricerca di soluzioni. Senza retoriche».
Un po’ come guardare gli asini che volano.
«L’asino è un simbolo di libertà. Sempre più considerato: è forte, determinato senza essere fiero, si porta addosso pesi senza impuntarsi, trova una sua andatura per riuscirci».
Gli asini che volano però non esistono. Quello di Nasreddin incarna l’ingenuità o la possibilità di un orizzonte da immaginare anche se oggi non è percepibile?
«Le opere sono più intelligenti degli artisti, rappresentano quello che non sapremmo spiegare. L’asino guarda lontano. Si muove sopra il mercato che non è il posto dove individuare lo straniero, ma dove si tocca il cambiamento. Si sposta nella realtà urbana di Parco Dora, trascende la miopia occidentale che ancora si deve liberare dal passato da colonizzatore».


Perché usa spesso gli animali come tramite?
«Sono le suggestioni di La Fontaine e Italo Calvino. Credo dipenda anche dai miei continui spostamenti, mi sento un ponte e gli animali hanno una considerazione universale. Ho usato il pavone incantatore, uccellini, lucciole, serpenti, le libellule nella piramide di Tirana. Li metto in costante dialogo con le architetture».
La ribellione per le strade di Tirana nasce come «rivolta dei fenicotteri».
«Si parte dalla contestazione del patriarcato che in Albania è ancora molto definito».
In Italia meno?
«Un paragone difficile. L’Albania conta 15 milioni di espatriati, convive con la diaspora e anche se c’è questo desiderio di sentirci occidentali, ci sono quei cinque secoli di influenza ottomana. Quando in Italia c’era il boom economico, l’Albania era ancora isolata, è un luogo che si confronta con la tradizione attraverso una cultura tribale. Un paragone con l’Italia non regge. Sviluppi troppo differenti».
Ha ascoltato «Guarda gli asini che volano»?
«Ho trovato tante esperienze dentro il viaggio di Nasreddin e del suo asino, molteplici citazioni. Appartiene al realismo magico, alla credenza popolare e ha quella doppia valenza valida per ogni latitudine. L’ingenuità, che non considero un difetto e l’ostinazione a cercare la strada giusta con il passo adatto. L’asino guarda altrove e i suoi apparenti nonsense si rivelano saggi. Mi sento parte della ribellione che attraversa le strade anche se non ho il pugno alzato. Mi unisco al sentimento con la mia opera che da sempre smonta il potere. Mio padre dipingeva i ritratti del comunismo durante il regime di Henver Hoxha, sono cresciuto circondato da facce come quella di Mao Zedong, da un’arte che rispondeva a precisi obblighi e dal desiderio di ribaltarli».
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