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Dustin Hoffman e l’incubo de Il Laureato: “Presi 27 schiaffi, volevano cancellare le mie origini”

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A quasi 60 anni dall’uscita de “Il Laureato”, il film del 1967 che lanciò la sua carriera, Dustin Hoffman racconta per la prima volta quanto sia stato difficile interpretare Benjamin Braddock. L’attore, oggi 89enne, descrive le riprese come “un’esperienza terribile” e ricorda di essersi sentito fin da subito “a disagio e indegno” di vestire i panni di un giovane esponente dell’alta borghesia protestante americana, il cosiddetto mondo WASP, pur essendo lui stesso di origini ebraiche.

Hoffman ha affidato i suoi ricordi a un saggio pubblicato dal New Yorker, tratto dal memoir “Look at Me”, scritto insieme ad Ariel Levy, collaboratrice della rivista, e in uscita il 10 novembre.

«“Il Laureato” ha alimentato tutte le mie insicurezze fin dall’inizio», scrive l’attore. «Mi trovavo a interpretare il ruolo principale in un film diretto da Mike Nichols, il regista del momento, eppure sentivo di non avere alcun diritto di essere lì. Non volevo nemmeno fare il provino».

All’epoca Hoffman era già un affermato attore teatrale. Nichols aveva impiegato due anni per scegliere i protagonisti del film e aveva preso in considerazione anche interpreti come Robert Redford, prima di affidare a Hoffman il ruolo di Benjamin e a Katharine Ross quello di Elaine Robinson.

L’attore ricorda in particolare le lunghe ore trascorse tra trucco e parrucco, mentre il regista dava indicazioni ai truccatori per modificarne l’aspetto. Tra gli interventi richiesti c’erano la rimozione del monociglio e alcune osservazioni sulla forma del naso.

«Ricordo di aver pensato che stessero cercando di cancellare dal mio volto ogni traccia delle mie origini ebraiche, ma non ci sarebbero riusciti», racconta Hoffman. «Volevo solo tornare a casa, nella New York delle mie origini, dove mi sentivo a mio agio. Sapevo di non avere l’aspetto del protagonista di un film. Sapevo quale fosse il mio posto».

Secondo il suo racconto, Mike Nichols cambiò atteggiamento quando iniziarono le riprese, dopo settimane di prove. Il regista diventò una persona completamente diversa, difficile da interpretare, con umori mutevoli e spesso scontroso.

«Era irritabile con tutti, ma con me sembrava emergere una certa forma di sadismo», scrive Hoffman. L’attore racconta che Katharine Ross gli diede 27 schiaffi durante una scena che, alla fine, non venne neppure inserita nel montaggio definitivo.

«Ci fece ripetere la scena 27 volte», ricorda. Benjamin entra nella stanza di Elaine completamente bagnato dalla pioggia per confessarle di aver avuto una relazione con una donna più grande. Nel giro di pochi secondi, lei capisce che quella donna è sua madre, la signora Robinson.

«Mike continuava a dire a Katharine di colpirmi, e di colpirmi più forte. Lei aveva paura di farmi male e io le dissi che andava tutto bene, purché non mi colpisse all’orecchio. Purtroppo, qualche volta mancò il bersaglio. Alla fine della giornata ero frastornato e Mike non utilizzò nemmeno quella scena nel film».

Il giorno successivo Hoffman si perforò un timpano durante le riprese di una scena subacquea, nella quale indossava una muta da immersione e si trovava sul fondo di una piscina.

«Quando riemersi dopo alcune riprese, mi accorsi che dall’orecchio usciva del sangue. Tra tutti gli schiaffi del giorno precedente e la pressione dell’acqua sul fondo della piscina, mi ero perforato un timpano», racconta.

Anche la sua collega Anne Bancroft, che nel film interpreta la signora Robinson, l’amante matura di Benjamin, ebbe problemi durante le riprese. In una giornata particolarmente calda svenne sul set e fu necessario somministrarle ossigeno per rianimarla.

Hoffman ricorda inoltre le ripetute riprese della scena in cui Benjamin corre dalla macchina alla chiesa per dichiarare il proprio amore a Elaine. Nichols gli fece ripetere la sequenza così tante volte che l’attore temette di perdere i sensi.

«Continuammo ancora e ancora, finché non fui completamente esausto e disidratato. Ricordo che mi sdraiai sull’erba davanti alla chiesa perché pensavo di svenire».

“Il Laureato”, candidato a sette premi Oscar e vincitore della statuetta per la miglior regia alla 40ª edizione degli Academy Awards, si trasformò così in un’esperienza che Hoffman definisce “terribile”, nonostante abbia cambiato per sempre la sua vita professionale.

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«Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che Mike fosse arrabbiato con me, perché pensava che stessi sbagliando qualcosa oppure perché si fosse reso conto di quello che tutti gli altri sapevano già, cioè che aveva scelto l’attore sbagliato per il ruolo principale».

A distanza di sei decenni, Hoffman propone anche una lettura diversa del rapporto con Nichols. Secondo l’attore, “Il Laureato” potrebbe essere considerato una sorta di autoritratto del regista, arrivato negli Stati Uniti dalla Germania nel 1939 quando era ancora un bambino ebreo.

«Stava cercando un alter ego. È per questo che ci aveva messo anni a trovare Benjamin e forse è anche il motivo per cui era così duro con me. Ero un sostituto, qualcuno su cui riversare il disprezzo che provava per sé stesso».

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