Una crisi respiratoria, provocata dalla leucemia con cui combatteva da mesi, si è portata via l’ex parlamentare Gianfranco Morgando. Da Borgiallo, nel Canavese, aveva bruciato le tappe della politica fino a conquistare Roma, prima da parlamentare poi da sottosegretario nei governi di centrosinistra. Aveva 76 anni, una vita di militanza nella sinistra democristiana, poi il Ppi, la Margherita e infine il Partito democratico di cui fu il primo segretario in Piemonte.
Era considerato l’allievo di Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato, ma anche il “precettore” del sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Quando il 14 ottobre 2007 vinse le primarie contro Gianluca Susta – nell’unica regione che si contrappose al candidato unico indicato da Roma – volle proprio quel giovane ricercatore del Politecnico, appena approdato in Sala Rossa, nel ruolo di coordinatore della segreteria, mentre un altro dei suoi “figli politici”, Daniele Valle, diventava segretario dei Giovani democratici di Torino. Insomma, è nella fucina di Morgando che è cresciuta la classe dirigente del Pd che oggi amministra il capoluogo piemontese. Con Valle le strade si separarono nel 2011 quando Morgando decise di sostenere Piero Fassino alle primarie di Torino, mentre lui con gran parte della componente cattolica e liberal del partito virò verso Davide Gariglio.
Laureato in scienze politiche, intraprende la sua corvée politica come amministratore comunale dell’allora Dc nella sua Borgiallo e a Cuorgnè. Nel 1985, a 36 anni, viene eletto consigliere provinciale a Torino e assessore all’Istruzione; successivamente ottiene anche la delega al Bilancio. Nel 1992 approda in Parlamento mentre la Balena Bianca agonizzava. Due anni più tardi è tra i fondatori del Partito popolare italiano, e ne diventa il primo segretario regionale del Piemonte. Nel 1996 viene rieletto deputato nel Collegio uninominale Torino 7 in rappresentanza dell’Ulivo. Con D’Alema premier fu sottosegretario all’Industria, poi al Tesoro. Resta in Parlamento fino al 2008 e segretario del Pd piemontese fino al 2013, quando si dimise dall’incarico per protesta contro l’esclusione di esponenti piemontesi nella squadra del neo presidente del Consiglio Enrico Letta.
Era un politico da Prima repubblica nei tempi e nei modi. Refrattario a social e a dichiarazioni estemporanee. “Su questo non saprei cosa rispondere” ammetteva talvolta quando non sentiva la necessità di intervenire. Quando si sentiva assediato da richieste, proposte o polemiche sapeva come prendere tempo: “Non è questione di cui dobbiamo occuparci adesso” soleva dire. Al punto che nel partito qualcuno aveva coniato un neologismo affettuoso e canzonatorio allo stesso tempo: “Morgandare” utilizzato come “rimandare” o “procrastinare”.
Tra gli esponenti politici di oggi con cui era rimasto maggiormente in contatto figura la consigliera regionale Monica Canalis, espressione di quell’area cattolica e identitaria che un tempo era maggioritaria e oggi marginale: «È stato per tutti noi un padre politico, ricco di acume, garbo, passione e umanità – lo ricorda Canalis -. Direi meglio: il nostro padre politico. Lo piangiamo, sperando di essere custodi del suo esempio».
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