Poteva mai essere una gara come tutte le altre? Con tutto quello che è successo alla vigilia, le polemiche, il rischio di un incidente politico, i 90’ di Seattle non potevano essere 90’ qualsiasi.
Le vicende dei giorni antecedenti alla sfida, in una città che si apprestava a vivere il weekend del Pride, con una marcia che sarebbe dovuta essere all’insegna dell’inclusione, avevano accesso su quello che ero stato definito il “Match Pride”. La federazione di Teheran aveva chiesto alla Fifa di impedire “qualsiasi cerimonia o attività promozionale” a favore della comunità Lgbtq, e pure quella sunnita non è mai stata a favore: avversari sul campo, ma che prima del fischio iniziale si sono uniti. La Fifa, nel mezzo, ha mediato come ha potuto, ribadendo come il Mondiale 2026 sia «un evento inclusivo che accoglie persone di ogni provenienza» e che «i tifosi di tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere sono i benvenuti». E alla fine non si sono tenute cerimonie o attività promozionale, riconducibili alla manifestazione arcobaleno, all’interno del Lumen Field.
Quindi c’è stata la gara, bellissima: Egitto-Iran rappresentava, almeno per una delle due, una finale anticipata per prendersi un posto nella fase ad eliminazione diretta. Una ce l’avrebbe fatta, l’Egitto a prescindere aveva già strappato il pass per i sedicesimi, dove incontrerà l’Australia, l’altra avrebbe dovuto attendere di capire se poter essere o meno tra le migliori terze che proseguiranno il percorso: l’1-1 finale ha permesso agli africani di chiudere al secondo posto alle spalle di un Belgio che, battendo largamente la Nuova Zelanda, si è presa la prima piazza per la differenza reti.
Mastica, invece, amarissimo l’Iran, autore di una grandissima gara e ora “appeso” ad un eventuale ripescaggio. E dire, che se sarebbe bastata solamente un pizzico di buona sorte per vivere un epilogo decisamente differente. Khalilzadeh porta avanti l’Iran nel recupero ma il gol viene annullato dopo revisione al Var per fuorigioco e ancora Ezatolahi colpisce la traversa di testa: l’Egitto si salva, l’Iran impreca – con uno dei due episodi a favore si sarebbe arrampicato a quota 5 punti, con Salah e soci che avrebbero chiuso così, terzi, a 4 – e si ferma così al terzo pareggio su tre. A quota 3, resterà da capire se sarò sufficiente o meno per valicare la fase a gironi: fosse negativo l’esito il rammarico sarebbe fortissimo.
L’Egitto, da par suo, sapeva che in tutti i casi ce l’avrebbe fatta: il ko dell’Uruguay con la Spagna, consegnava un posto tra le migliori tre. Ma la fame e la voglia di provare a fare qualcosa di buono, indipendentemente dalla qualificazione, non è ugualmente mancata. La partenza è di marca dei Faraoni, con la firma di Saber bravo a sfruttare un’uscita non coi tempi giusti di Beiranvand e a portare avanti suoi. Immediata la reazione dell’Iran, colpito nell’orgoglio.
È Taremi, simbolo e giocatore maggiormente rappresentativo dell’Iran a procurarsi e a calciare il rigore del possibile 1-1: dagli undici metri, però, l’ex interista si fa ipnotizzare da Shobeir. Mentalmente granitici, i persiani non accusano il colpo e trovano la forza di riannodare immediatamente il filo. Ci pensa Rezaeian, che già aveva segnato al debutto con la Nuova Zelanda, a trovare il pari, ancor prima di avere la chance per ribaltare la partita.
Fatica l’Egitto, a cui, in avvio di ripresa, il cittì Hassan inserisce linfa nuova. Con Marmoush, dentro per Ashour, gli africani rialzano il tasso di pericolosità, anche se poi strada facendo perdono l’esperienza e la classe di Momo Salah, out per un problema alla coscia. Un contrattempo non di poco conto soprattutto in vista dei sedicesimi.
E per chiudere, lo psicodramma finale: la rete di Khalilzadeh annullata (con tanto di intervento Var, per un fuorigioco millimetrico) che sarebbe stata la più importante della storia persiana e la traversa di Ezatolahi lasciano all’Egitto la piazza d’onore e spediscono nel dramma sportivo l’Iran.
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