«Sull’intelligenza artificiale generativa siamo rimasti indietro. Ora, con i giusti investimenti, possiamo essere della partita con l’evoluzione della robotica». Emanuela Girardi, torinese, ha 53 anni ed è una manager della tecnologia. Laurea in Economia aziendale alla Bocconi di Milano, un master in International management presso l’Université catholique de Louvain in Belgio, è fondatrice di Pop AI e presidente di Adra, l’associazione europea per l’intelligenza artificiale, i dati e la robotica. È l’unica italiana inserita da EU-Startups nella classifica dei 50 protagonisti più influenti dell’AI europea.
L’Ai è davvero pop?
«Si, assolutamente. E dobbiamo continuare a lavorare per renderla accessibile a tutti. Queste tecnologie hanno un impatto su tutti i settori, sociali e economici. L’intelligenza artificiale è pop perché sta trasformando le società in modo profondo e con una velocità di sviluppo che non siamo in grado di governare. Oggi, non siamo pronti».
L’Italia e l’Europa possono essere competitive?
«Negli ultimi quattro anni abbiamo visto lo sviluppo l’AI generativa di contenuti, immagini e video. E poi l’AI agentica, che prende decisioni ed esegue compiti complessi in modo autonomo così da diventare il nostro assistente virtuale. Adesso la sfida è l’AI fisica, che converge sulla robotica. Macchine umanoidi che in tempo reale agiscono nel mondo e apprendono informazioni. È qui che possiamo competere a livello internazionale, perché non siamo ancora in una fase così avanzata. In Italia vantiamo eccellenze nell’automazione industriale e nella manifattura: non possiamo restare a guardare. La base di partenza c’è, bisogna investire».
Cina e Stati Uniti sembrano avanti anni luce, quali sono le nostre carte?
«Servono modelli che consentano all’AI fisica di poter interagire nella realtà. Il mondo, con le sue leggi, è molto più complesso di un linguaggio. E i dati per addestrare i robot sono prima di tutto industriali: ecco la ricchezza delle nostre aziende, che non dobbiamo perdere se vogliamo iniziare ad essere davvero della partita. La Germania sta investendo molto. Dobbiamo fare altrettanto se non vogliamo, domani, essere sommersi dai robot cinesi».
Cosa, invece, ci manca?
«Ci serve energia a prezzi sostenibili, servono formazione e talenti. E, lo ripeto, servono soldi. Basta pensare che per i data center gli Usa hanno investito trilioni di dollari, oltre l’intero Pil italiano. Il mio lavoro consiste proprio nel definire le strategie su dati e robotica. Mi confronto, attraverso Adra, con la Commissione europea, con i Paesi membri e con i centri di ricerca. L’AI fisica è il nostro primo impegno».
Il mondo delle imprese è pronto a questa trasformazione?
«Non far entrare l’intelligenza artificiale nella propria azienda sarebbe come scegliere di rinunciare all’energia elettrica e ai computer. Bisogna agire, e bisogna farlo in fretta, per evitare un divario rischioso tra vecchio e nuovo modo di fare impresa. Non è una scelta, è una necessità per restare sul mercato. Diversamente, il rischio concreto è quello di diventare emarginati digitali».

Nell’ottobre caldo delle proteste studentesche, i giovani chiedono una scuola e prospettive di futuro migliori.
«I temi da affrontare sono due: da una parte c’è la rivoluzione tecnologica e dall’altra la scarsa attrattività del nostro Paese. In un mondo che sta cambiando, troppi talenti che qui si sono formati scelgono l’estero. Questo non sarebbe un problema, io stessa ho trascorso tanti anni lontano dall’Italia, se altrettanti giovani arrivassero in Italia. Invece, il delta è sempre negativo. Proprio per questo bisogna sostenere un ecosistema dell’innovazione che possa invertire il paradigma. La Francia ha iniziato a farlo già vent’anni fa».
E qui, invece?
«Ci sono le idee, le startup: bisogna valorizzarle con un sistema unico europeo di innovazione. Tante attività oggi sono automatizzabili: questo può rappresentare un vantaggio oppure generare soltanto effetti negativi. I ragazzi devono poter sviluppare esperienze e capacità di analisi, altrimenti per loro sarà sempre più difficile collocarsi nel mondo del lavoro. Imparare a utilizzare questi sistemi in modo consapevole è il primo passo. Altrimenti il rischio che corriamo tutti quanti è quello di vederci, un giorno, sostituiti».
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