Il primo bando, da 700 milioni di euro, per l’avvio del fatidico “piano casa” dovrebbe uscire a metà ottobre. Sempre che arrivi il via libera della Ragioneria generale dello Stato. Nel frattempo, però, la stima dei costi degli interventi necessari a ristrutturare i circa 60 mila alloggi popolari oggi inagibili è lievitata, in media, a circa 31 mila euro per unità.
L’importo garantito, dunque, salirebbe ora a 25 mila euro ad alloggio. «Da quanto si profila, il contributo sarà dato una tantum senza rendicontazione» spiega Marco Buttieri, presidente Federcasa. «Le ditte potranno trovare un bilanciamento mettendo insieme più alloggi in un lotto». In pratica, se in un immobile servono lavori per 5 mila euro e in un altro interventi per 40 mila, il contributo raddoppia e spetterà ai costruttori fare sinergie per il margine. Il meccanismo si applica anche se, per esempio, si divide l’appartamento in due. Il paletto è sempre la graduatoria di chi attende un tetto sulla testa perché si profila un abbinamento con il destinatario. «Molte case popolari degli anni Cinquanta o Sessanta misurano fino a 140-150 metri quadri. Se in lista d’attesa ci sono famiglie, si lasciano così. Se invece ci sono nuclei monogenitoriali, anziani soli o separati, si potrà anche ricavarne più di uno», conclude Buttieri.
LA POLEMICA
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Resta che, per il momento, la coperta basterebbe a ristrutturare non più di metà case. O poco di più con tutti i 970 milioni in dotazione. «Piano Casa questo sconosciuto per i Comuni: sui territori è ancora tutto da vedere» puntualizza la sindaca di Firenze Sara Funaro e delegata Anci Politiche abitative. «Avevamo detto da subito che le risorse erano una prima risposta ma ancora insufficiente. Ma, di quelle complessive in campo, metà arrivano da definanziamento di altri progetti destinati ai Comuni. Dei 970 milioni di euro previsti per il piano nazionale di manutenzione straordinaria degli alloggi popolari (Erp) non abbiamo certezza sull’avviso e sui criteri di riparto. Il governo è rimasto impantanato in ricognizioni mentre l’emergenza abitativa, con circa 300 mila nuclei familiari in attesa di assegnazione, nelle nostre città è realtà».
Eppure, nella nostra penisola molte case restano “vuote”. Secondo le stime dell’Osservatorio della Federazione italiana agenti immobiliari professionali, nelle città metropolitane sono disponibili (ovvero non occupate) oltre 2 milioni e 475 mila abitazioni e altre 748 mila sono situate nei capoluoghi. Insomma, più di 3,2 milioni di alloggi sono chiusi, pur trovandosi nei centri urbani. Si tratta di almeno un terzo degli immobili non occupati (in tutto 9,5 milioni) censiti dagli ultimi dati Istat. «Molti immobili non sono locati perché hanno bisogno di essere rinnovati, in altri casi non c’è richiesta per la scarsa attrattività della zona» sottolinea Fabrizio Segalerba, presidente nazionale Fiaip. «Per esempio, l’hinterland va bene se dispone di servizi di trasporto per raggiungere la città entro i 45 minuti. In caso contrario, visto anche il caro carburante, disincentiva».
I dati Omi rivelano che, nel primo semestre del 2026, sono state registrate oltre 510 mila nuove locazioni, con una crescita rispetto allo stesso periodo del 2025. L’aumento è sostenuto soprattutto dai contratti agevolati. Ma questo non vale per tutte le città. A Milano, per esempio, il canone concordato finora era rimasto al palo. «Gli accordi territoriali siglati non funzionavano perché la fascia minima e massima era troppo bassa rispetto ai valori di mercato» evidenzia Alessandra Egidi, segretaria generale Confedilizia. «Ora, però, il nuovo accordo sta invertendo la tendenza». Cosa che, invece, pare non verificarsi a Bologna dove i proprietari stanno tornando al mercato libero. Magari ai contratti transitori fino a diciotto mesi.
Uno dei nodi delle case sfitte resta che, a fronte dell’inquilino che non paga, il proprietario continua a dover versare l’Imu e le imposte sull’affitto benché non percepito, fatta eccezione ovviamente in caso di sfratto o di ingiunzione di pagamento. Una distorsione che, secondo il settore, spinge anche il fenomeno degli affitti brevi. Per i proprietari, la formula aggira la grana dell’eventuale morosità.
Per la finanziaria in arrivo, Fiaip chiede di creare una corsia dedicata per studenti e lavoratori soggetti alla mobilità. Confedilizia propone di estendere il regime dell’aliquota al 10% del canone concordato a livello nazionale. E di dare un ulteriore segnale sull’Imu. La stima per il raddoppio della riduzione Imu per questo tipo di contratto (attualmente al 25%) verrebbe a costare per l’erario circa 70 milioni di euro.
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