Emmanuel Carrère: “Democrazie a rischio. L’unica speranza è l’Europa: siamo costretti a crederci”

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«Sono molto preoccupato per il clima conservatore che aleggia in Europa e non solo. Non posso avere opinioni positive riguardo l’ondata reazionaria. Conosco meglio il contesto politico francese, ma credo che anche quello italiano sia influenzato da un’ondata che non promette bene. Spero solo che questa ondata finisca il prima possibile». Lo sguardo di Emmanuel Carrère, domani al Festivaletteratura di Mantova in dialogo con Gabriele Romagnoli, ancora indaga gli snodi del presente e i bivi delle possibilità tra cronaca e storia. «Le democrazie che erano al centro ora sono messe in discussione, stanno crollando come sotto un effetto domino. Eppure non era previsto. Potrei dire, se volessi essere ottimista, che questo è il momento dell’Europa che è condannata ad esistere e questo potrebbe essere un motivo di speranza, ma siamo stretti tra la Cina che ci ignora, Trump che ci disprezza e Putin che ci odia. Non è una gran bella situazione».

La storia come narrazione collettiva è al centro del suo ultimo romanzo autobiografico Kolchoz (Adelphi), il cui titolo rimanda a un rito privato di famiglia che è anche collettivo. «È un libro diverso dai precedenti, la genesi è la morte di mia madre, il saluto a lei e la storia della mia famiglia attraverso quattro generazioni che hanno conosciuto il tormento della storia con l’esilio e l’emigrazione». Un romanzo famigliare, una saga in cui confluiscono le due discendenze materne, quella russa e quella georgiana, segue il riscatto della madre diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française.

«Non avrei potuto scrivere questo libro quando i miei genitori erano vivi, non solo per il materiale raccolto, ma anche perché l’impulso alla scrittura deriva dall’essere proiettato in un’altra dimensione rispetto a quella in cui i miei genitori erano in vita. Gli ultimi giorni accanto a mia madre sono stati determinanti. Sono stato fortunato abbastanza da veder scomparire entrambi miei genitori in tarda età, non sono mai diventato genitore dei miei genitori, erano coscienti fino all’ultimo, ma la loro scomparsa ha cambiato il mio sguardo. Ho scoperto che mio padre aveva iniziato a portare avanti delle ricerche, organizzate, ordinatissime, sulle genealogie familiari, era un lascito ma anche un incipit».

Così Carrère ha ripreso in mano archivi di famiglia, aneddoti e segreti come la scomparsa del nonno su cui la madre aveva a lungo taciuto spalancando porte e luoghi prima inaccessibili. «Per scrivere, dal ramo di mio padre ho visitato luoghi facili da raggiungere, per quanto riguarda il lato materno i posti erano più distanti».

Lo scrittore francese ha raccontato anche la sua formazione letteraria attraverso la storia di famiglia, il suo esordio di lettore prima di diventare autore. «Sono cresciuto circondato da libri ed è una passione che ho cercato di trasmettere ai miei figli. Un libro non ti lascia, non ti abbandona. Ricordo ancora il giorno in cui mia madre mi fece conoscere Dostoevskij, anche lei comprò una copia per leggerlo con me per raccontarmelo. Leggere insieme era un modo di amare».

Carrère che ora non nuovi libri in lavorazione, ma sceneggiature e reportage vive ai Parioli anche se dice di voler cambiare quartiere. Sempre alla ricerca di un punto di vista esterno, inedito. «Quando sono arrivato a Roma tutti i miei amici citavano questo libro divertente di Ennio Flaiano Un marziano a Roma, che racconta la storia di un marziano che arriva a Roma e suscita per un certo tempo una grandissima curiosità, tutti cercano di parlargli, di incontrarlo, poi dopo un po’ di tempo se ne fregano di lui, e mi dicevano che avrei conosciuto il destino del marziano a Roma.

Io sono molto contento perché è vero che in un primo momento può essere piacevole che tutti si interessino a te, ma poi a un certo punto risulta troppo. Sono contento di incontrare persone che mi dicono “Ciao!” e smettono di interessarsi a me. È il mio momento marziano».

A chi gli chiede perché stia a Roma, risponde: «È un soggiorno che dura da sei mesi e ha durata indeterminata. Sto molto bene qui per le mille ragioni per cui si può amare la bellezza della città, ma anche per un ritmo di vita che è più piacevole rispetto a quello di Parigi e poi ho degli amici scrittori che ammiro molto come Emanuele Trevi, Sandro Veronesi e Niccolò Ammaniti».

Chiudendo il cerchio e tornando al passato a chi chiede se scrivere di genealogie di famiglia e storie collettive sia un modo per perdonare, Carrère risponde citando Oscar Wilde: «Quando i bambini sono piccoli adorano i loro genitori, quando sono grandi li giudicano e poi alla fine con un po’ di fortuna li perdonano». Allo scrittore «sembra una frase perfetta, che mi fa piangere di emozione e credo che questo valga anche nel rapporto con sé stessi. È il lavoro di una vita quello di arrivare a perdonarsi, ma credo che poi sia possibile».

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