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Energia, l’Italia paga il 35% più della Germania. Metà del taglio di CO2 dalle fabbriche chiuse

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TORINO. L’elettricità in Italia, nei primi nove mesi del 2026, è costata in media il 35 per cento in più che in Germania. E a settembre la distanza si è allargata: 207,5 euro al megawattora contro 144,8. Alessandro Fontana ha presentato a Roma il rapporto di previsione di ottobre del Centro Studi Confindustria, dal titolo «Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese». Il Csc non usa giri di parole: «L’alto costo dell’energia è la più importante vulnerabilità italiana».

La corsa è tutta nei numeri. Da gennaio a settembre il prezzo dell’elettricità è salito da 132,7 a 207,5 euro al megawattora. Il gas in Europa costa otto volte quello americano. A settembre la benzina costava il 26 per cento in più rispetto a inizio anno. E il peso dell’energia sui conti delle aziende cresce: l’incidenza sui costi di produzione passa dal 4,6 al 6,2 per cento, nel confronto con il 2019.

Sul gas il quadro è teso. Le quotazioni, annota il rapporto, sono ai massimi dalla fine del 2022. A spingerle sono i «timori di scarsità» e la corsa a ricostituire le scorte prima dell’inverno, oggi inferiori del 10 per cento ai livelli abituali. Il metano viaggia intorno ai 77 euro al megawattora, il petrolio a 102 dollari al barile, «vicino ai massimi». Con l’inflazione al 4,2 per cento a settembre, la Bce ha già alzato i tassi due volte e il Csc ne mette in conto altri tre, da un quarto di punto ciascuno. Il conto arriva anche alle famiglie: per il 2026 il Csc stima prezzi al consumo in crescita del 3,2 per cento, più del doppio dell’1,5 del 2025, e del 2,2 nel 2027.

Finora le imprese hanno fatto da cuscinetto: i rincari sono passati poco dagli energetici agli altri beni e servizi, a costo di margini ridotti. Ha aiutato anche un calo inatteso della domanda di petrolio, soprattutto in Cina e Giappone.

Le stime vedono il Pil all’1 per cento nel 2026 e allo 0,6 nel 2027. Poggiano però su un’ipotesi precisa: che la guerra tra Stati Uniti e Iran si risolva dopo le elezioni americane di midterm, con un ritorno alla normalità nei mesi successivi. Lo scenario base mette in conto Brent a 75 dollari e gas a 58 euro. Con il petrolio a 126 dollari, oppure a 115 con il gas a 89 euro in media, la crescita del 2027 si fermerebbe a zero. E il rischio è scritto nero su bianco: da maggio finiscono le scorte e, se lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il petrolio diventa scarso e i prezzi si impennano.

C’è poi il fronte della transizione. Metà del calo delle emissioni della manifattura italiana dentro l’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di CO2, non viene da impianti più puliti. Viene dalle chiusure: 386 stabilimenti spenti tra il 2005 e il 2025, 19 l’anno. Dei quasi 37 milioni di tonnellate tagliate, circa 18 si devono a fabbriche che hanno smesso di produrre. E il nodo resta aperto: con l’azzeramento delle quote gratuite, il 18 per cento delle imprese in Ets finirebbe con un margine operativo lordo negativo. Sono aziende che danno lavoro a 19mila persone.

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