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Enrico Vanzina: Roma fa la stupida stasera

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Un paesaggio unico al mondo, ma anche uno specchio in cui ritrovare molti pezzi di se stesso e delle sue esperienze. Nel nuovo film La sera a Roma, ieri alla Festa del cinema, Enrico Vanzina mette in scena luci e ombre della sua città, parla di aristocratici, cronisti appassionati, mogli tradite, amanti malinconiche. Dopo tante commedie, sceglie la chiave del giallo, pensando a un modello molto amato, La donna della domenica di Luigi Comencini, tratto dal romanzo omonimo di Fruttero e Lucentini, proprio come La sera a Roma è basato sul suo romanzo best seller, pubblicato (per Mondadori) nel 2018: «Quando scrivo un libro non penso mai che possa diventare un film – spiega – però, in questo caso, il racconto mi tocca, molto personalmente».

Perché?
«Il protagonista, interpretato da Massimo Ghini, è un giornalista e sceneggiatore che vive un amore adulto, messo alla prova dagli eventi. I personaggi fanno parte di una classe aristocratica, che conosco bene, perché vivo a Roma in centro. Sono sempre stato affascinato da quel mondo pieno di storie e tradizioni che, però, non può evitare di fare i conti con la modernità e con le umane fragilità».

In che modo è cambiato il mestiere del giornalista?
«I giornalisti di oggi sono molto meno colti che in passato, e questo è importante. Mio padre Steno diceva sempre “la cultura è quello che resta quando si è dimenticato tutto”. Sapere significa collocare le cose nel posto giusto, arrivare in una città e dire “quello è barocco”, senza sapere il nome di chi ha fatto quell’edificio e quando. La cultura è il riflesso dei libri che ti sono rimasti dentro e da cui tiri fuori qualcosa. Prima i giornalisti sapevano scrivere meglio, ho fatto molte interviste, ma ne ho anche subite tante. Quando mi intervista un bravo giornalista, lo capisco subito, dalle domande che mi fa».

I social dilagano e il rischio è che siano, per tanti, l’unica vera fonte di informazione. Lei come li tratta?
«Sono abbastanza attivo sui social, cerco di usarli per parlare di libri, di musica, di cinema… vado in giro per l’Italia e scatto foto delle piazze, insomma cerco di funzionare da antidoto a quelli che sui social mostrano il cu…oppure postano risse. È una piccola battaglia, perduta in partenza, ma tengo la barra dritta, provando a far comprendere che essere italiani significa avere un rapporto con la cultura e con il tempo, ed è importante mantenerlo».

Nel suo film mentono tutti. A lei capita di dire bugie?
«Come no. In genere le dico a fin di bene, ma poi, quasi sempre, succede che provochino tragedie. Così ho capito che, forse, è meglio non dirle per niente. Per esempio mi è successo di dire a qualcuno “ti amo”, sapendo che non era vero, ma l’ho detto lo stesso. Oppure “ti odio”, mi è successo due volte nella vita, ma dopo avrei voluto buttarmi dalla finestra. Nella vita l’odio non dovrebbe esistere».

Dopo La grande bellezza filmare Roma è sempre un azzardo. Lei come si è regolato?
«Sorrentino è il mio faro, su Roma ha fatto un film definitivo. Non mi sono messo in competizione con lui dal punto di vista delle immagini, ma ho cercato di ritrarre una Roma notturna che comunica potenza, tristezza, e soprattutto mistero, una Roma in cui è palpabile la presenza della storia».

In Italia esistono vari tipi di aristocrazie, romana, torinese, napoletana… in che cosa sono differenti?
«A Roma è diverso, c’è l’aristocrazia nera, fortemente legata al papato e abituata a considerare tutti gli altri dei poveracci. Essere assistenti al soglio pontificio è una carica che supera tutte le altre. Però proprio questa caratteristica si è trasformata in una grande fregatura, perché a Roma non si è mai sviluppata una vera borghesia laica, orgogliosa di esserlo, cosa che, invece, è accaduta a Torino e Milano».

Come definirebbe questo momento della sua vita?
«Direi che questo è il film della maturità, ho potuto mescolare il genere con qualcosa di autobiografico e di spiritoso, e anche con alcune dediche cinematografiche affettuose. In questo momento sento di poter fare tutto, è il privilegio dell’età, non temo di essere giudicato fuori moda, non rincorro nulla, solo il mio amore per il cinema. Ho ancora tante cose che mi piace fare e che sto facendo, il teatro, la fotografia, suonare il piano».

Si rimprovera qualcosa?
«Si. Non aver detto abbastanza quanto le amavo alle persone che ho amato veramente. Mi capita quasi sempre, non faccio bilanci, però, quando ci provo, capisco che la cosa di cui sono più scontento è proprio questa, non aver testimoniato abbastanza l’affetto per chi ne avrebbe meritato di più».

Pensa di essere stato sottovalutato come autore o no?
«No, mai. Sarei un cretino a pensarlo, ho dedicato la mia vita al pubblico, facendo il cinema popolare, penso di esserci riuscito, poi non importa se uno scrive bene o male di me. Flaiano diceva di se stesso “come scrittore non mi sento un grande, di quello che ho scritto salverei tre pagine, il guaio è che non sono nemmeno di seguito…».

Nel film le figure femminili custodiscono segreti. Per lei le donne sono un mistero?
«Ho lavorato con attrici di fama internazionale, penso che il fascino della bellezza nel cinema sia fondamentale. Una volta Arbasino intervistò Gary Cooper, gli chiese che cosa servisse per diventare un grande attore. Cooper lo guardò, e, puntandosi il dito sulla faccia, rispose “this”, la faccia. Ed è così. Le donne del mio film sono misteriose, ognuna a modo suo».

Ha rimpianti?
«Nessuno, ho fatto 130 film, più la tv. Vuol dire che, a torto o a ragione, ho fatto quello che volevo e potevo fare, tutto il resto sono stupidaggini. Penso che dovrei andare ad accendere un cero in chiesa ogni giorno, per aver scelto di fare questo tipo di cinema. Le persone mi fermano per strada e mi raccontano di essere cresciute con i nostri film. Di recente, a Villa Borghese, un signore si è avvicinato e mi ha ringraziato per aver fatto l’aiuto di mio padre in Piedone a Hong Kong. Era il primo film che aveva visto in vita sua, e ricordava benissimo di essere entrato nel cinema, mano nella mano con suo padre. Mi sono commosso».

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