GERUSALEMME. Sui manifesti elettorali, che a Gerusalemme come a Tel Aviv restano immacolati, quasi a ricordare come la partita non sia affatto finita ma anzi in qualche modo inizi adesso, sfilano tutti i protagonisti di questo voto, Netanyahu, Eisenkot, Bennet, Lapid, Golan, Liberman, Ben-Gvir, i candidati vip e quelli minori, promossi o bocciati ormai ma ancora protagonisti, ciascuno a suo modo, perché il voto non ha prodotto un vincitore chiaro.
E poi ci sono gli outsider, quelli che non comparivano nelle schede ma nell’immaginario politico del Paese sì, e dunque nella cartellonistica. Trump che promette sicurezza spalla a spalla con Bibi, il presidente palestinese Abu Mazen che pur icona di un tema del tutto assente dal dibattito sulla nuova Knesset esiste, il sindaco di New York Mandani, odiatissimo dalla parti della destra ma più seguito dall’opinione pubblica mondiale che davvero impattante sul terreno, Khamenei junior sopravvissuto con la teocrazia iraniana alla guerra che minaccia di ripartire, e poi Erdogan, il presidente turco, l’eterna ossessione di Israele nei confronti di un vicino considerato ostile ma con cui, per quanto con livelli di tensione altissima, permangono rapporti diplomatici, commerciali e, molto meno del passato, di intelligence.
Ma perché tante energie anche comunicative investite, soprattutto a Gerusalemme, contro il presidente turco? Erdogan, sempre sferzante con Israele a cui quando si sente gentile riserva la definizione di «Stato genocidiario e terrorista», rappresenta per il governo Netanyahu l’alter-ego dell’avversario perfetto. È il nemico esterno più insidioso sul piano securitario, che fa parte della Nato ma dialoga anche parecchio con l’Iran e che, soprattutto, viene dalla stessa filiera della Fratellanza da cui viene Hamas, la cui leadership sopravvissuta vive oggi in Turchia. È il leader di quella democrazia illiberale che arresta oppositori e minoranze e non piace neppure all’opposizione israeliana. È amico di quei partiti arabi-israeliani – descritti dalla destra messianica come la quinta colonna del nemico musulmano determinata a distruggere Israele da dentro – che adesso sono l’ago della bilancia e con cui lo stesso Erdogan ha avuto diversi contatti in passato conmeeting ufficiali a Istanbul. È infine lo spauracchio dell’ingerenza esterna che, secondo il bibismo, così come ha finanziato diverse flotille dirette a Gaza per forzare il blocco navale, lavora di sicuro nell’ombra per disinforma e destabilizzare, anche l’ultimo voto. Proprio come il Qatar, altra terra di fratellanza musulmana, è accusato dal premier israeliano di aver pagato gli elettori di Umm el Fahem, Nazaret, Rahat per andare alle urne.
Bibi e Trump, alleati e amici. Il cartello della campagna elettorale del Likud del premier israeliano
(afp)
Negli ultimi anni, come se non bastassero le guerre calde, quella fredda tra Israele e Turchia si è fatta decisamente più intensa. Tuttavia, nonostante dal 2024 Ankara abbia annunciato la sospensione di import ed export per protestare contro la guerra a Gaza, le merci turche continuano ad arrivare massicciamente in Israele attraverso canali alternativi, si parla di quasi un miliardo di dollari che mantengono la Turchia rimane tra i primi 10 partner commerciali di Tel Aviv. Anche per quanto riguarda l’intelligence i canali meno visibili restano aperti, certamente non come quando i due Paesi collaboravano attivamente contro la comune minaccia rappresentata dalla Siria di Assad, ma lo scambio di informazioni continua per tenere d’occhio la temperatura di una regione la cui instabilità, per ragioni opposte, non è nell’interesse di nessuno dei due Paesi. E, ovviamente, i voli tra Tel Aviv e Istanbul sono sempre affollati. Così lontani e così vicini. E la foto di Erdogan resta qui, sui manifesti elettorali che non scadono ancora, come se il voto fosse una questione internazionale e si fosse chiamati a scegliere sempre, anche a urne chiuse e risultati dichiarati.
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