Essere rifugista, storie dal Boccalatte e dal Selleries

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Basta osservare le fotografie per domandarsi come il rifugio Boccalatte-Piolti alle Grandes Jorasses possa essere stato costruito. Incastonato in un versante roccioso di fronte al ghiacciaio di Planpincieux, sospeso nel vuoto a 2.803 metri. Ed è ancor più strabiliante che sia – quasi – coetaneo del Regno d’Italia.

“Una ventina di anni prima Edward Whymper era passato per lì durante un tentativo di ascensione sulle Jorasses osservò che quello sperone sarebbe stato un punto perfetto per costruire un rifugio, e nel 1881 sono iniziati i lavori. È incredibile che a quell’epoca non contava tanto l’attrezzatura quanto la competenza della manodopera che si è prestata a quel lavoro. È uno dei primi rifugi del versante italiano del Monte Bianco, in una posizione che ha dell’impossibile” e mentre me lo spiega Massimo Manavella alza la voce, a rimarcare la sua stessa meraviglia. Da quest’anno è il nuovo gestore del Boccalatte di cui si prenderà cura assieme al rifugio Selleries, ai piedi dell’Orsiera e della Cristalliera, che gestisce da ventuno anni.

“Ho questa dannata necessità di provare ad alzare sempre l’asticella, non per chissà quale motivo tranne provare esperienze nuove. Al Selleries ho visto un po’ tutto quello che può accadere, i tipi di inverni, situazioni complicate e piacevoli. Il Boccalatte sarà un’incognita, e l’incognita per me ha un fascino incredibile. Prima di me il gestore era Franco Perlotto, e succedere a un alpinista e rifugista di tale levatura è per me fonte di apprensione e dubbi. Sono sicuro che ci metterò e ci sto mettendo tutto l’impegno, ma non so se le mie competenze possano rispondere nella maniera migliore alle prove che mi sono messo davanti. Vorrei scoprire se il mio modo di accogliere le persone sia valido anche al Boccalatte, come possono rispondere gli avventori a un rifugista che ha il mio stile di lavoro. In qualunque rifugio ci si deve rendere conto che le persone partono apposta per arrivare lì. Su questo, e sulla qualità di accoglienza, non c’è differenza con il Selleries. Ai ragazzi e alle ragazze quando iniziano a lavorare con me dico sempre che tutte le volte che si apre la porta possono avere due motivazioni per salutare e sorridere anziché guardar brutto: la mia è il piacere di dire buongiorno a una persona che è venuta su apposta e mi fa piacere farla sentire a casa, prestare attrezzatura, aiutarla. Se non interessa accoglierla, devono essere consapevoli che un pezzo del loro stipendio arriva da quei clienti, e quindi devono essere contenti lo stesso. Purtroppo molto spesso ci si dimentica di questo aspetto”.

Chi mastica un po’ di sentieri e di roccia avrà intuito che i due rifugi appartengono a montagne molto diverse e distanti fra loro.

“Il sentiero per arrivare al Boccalatte è “attrezzato”, ci sono degli intermezzi che ti impongono di utilizzare materiali di progressione: scale di ferro, cordoni collocati lungo i passaggi più esposti, scalini di ferro da armatura piegato per consentire appoggi che sulla roccia nuda sarebbero troppo difficili e rischiosi. È da considerarsi di livello EEA/F (Escursionista Esperto con attrezzatura / Facile – Alpinistico). In alcuni punti l’itinerario passa sotto tratti di ghiacciaio che negli anni passati sono venuti giù in modi e quantità diverse, quindi è impegnativo anche dal punto di vista

di pericolo oggettivo, specialmente in un’estate come questa con temperature calde prolungate. Il Selleries potremmo indicarlo come un primo passo per iniziare a fare attività in montagna. È collocato in un ambiente addomesticato e consente un approccio alla montagna, il Boccalatte no. È un po’ addomesticato ma presuppone una preparazione e una consapevolezza del luogo, non è fatto per improvvisazioni. Intenzioni e ambizioni diverse si rivolgono a luoghi diversi. Spesso il Selleries è un punto d’arrivo, il Boccalatte un punto d’inizio”.

L’altitudine a cui sono collocati i due rifugi implica due spazi diversi: il salone del Boccalatte ha tre tavoli da 8 e conta 24 posti letto, contro quello del Selleries che può ospitare circa 80 persone con 70 posti letto. Accolgono quindi due clientele differenti, con rispettive esigenze e richieste. Manavella fornisce l’esempio del menù, al Selleries più variegato e ampio, al Boccalatte invece per motivi di preparazione e logistica – i rifornimenti possono arrivare solo in elicottero – più limitato. “Ciò non significa che si debbano trascurare celiachia a diete alimentari legate a filosofie o religioni. Il custode deve porsi il problema con tutti i limiti, seppur differenti, dei due luoghi”. Quando parla del proprio mestiere, Massimo alterna le parole “custode” e “gestore”. Nella prima emerge l’idea di cura e affetto, nella seconda l’aspetto del coordinamento, dell’organizzazione, due anime che riesce a far convivere in tutti e due i rifugi. L’impronta e lo spirito di gestore su cui si fonda il suo agire quotidiano, sono animati dagli stessi principi.

“Essere il custode di una struttura ai piedi delle Jorasses ti fa sentire un senso di responsabilità maggiore, bisogna dare informazioni corrette che non inducano a compiere errori. Potenzialmente alle Jorasses hai un pubblico votato all’alpinismo, tali competenze servono già per arrivare in rifugio, e il gestore deve avere una preparazione che gli consenta di sostenere un confronto e un dialogo con questa tipologia di persone. Non posso mai permettermi di non essere sicuro di ciò che dico, e così al Selleries, da cui partono itinerari alpinistici impegnativi sia su Orsiera che Cristalliera”.

Questo tipo di responsabilità è solo uno dei motivi per cui è sbagliato associare rifugiste e rifugisti ad albergatori o dei ristoratori. Non solo da coloro che frequentano i rifugi, anche da chi desidera prenderli in gestione.

“È importante che il rifugista non si scordi, e questo vale anche per me, di essere rifugista. Il rifugista è colui che interrompe la preparazione della polenta perché si è congelato il tubo che porta l’acqua in rifugio, e deve essere in grado di risolvere quel problema. È impensabile che un ristoratore in Piazza Vittorio a Torino metta le mani in un tombino davanti al ristorante. Nei posti isolati nessuno ha competenza se non il rifugista e la sua squadra di lavoro. Deve essere disposto a mettere mano alla fogna senza scandalizzarsi della puzza e in grado non solo di fare il fenomeno e salvare i clienti in caso di pericolo, ma prevenirlo grazie alle informazioni che fornisce e capendo se le persone sono preparate alla salita che si apprestano a fare. Un albergatore non si deve preoccupare della segnaletica, che ci siano le tacche sui sentieri che indicano il percorso, non è responsabile dei suoi clienti dal momento in cui escono dall’auto e mettono gli scarponi. Quando il gestore in inverno traccia anche solo con ciaspole o sci il percorso che conduce in rifugio, la persona che lo

segue è sotto la sua responsabilità. Basterebbe questo esempio per comprendere la differenza tra i nostri mestieri, non che ce ne sia uno più o meno importante.

Il rifugio deve essere in grado di garantire ospitalità, sicurezza, un pasto caldo, un posto curato dove dormire. Tutto il resto è un di più che fa piacere poter offrire, ma non deve essere obbiettivo primario delle persone che scelgono questo mestiere. Non sono mai d’accordo quando si vede un eccesso di fronzoli”.

Spesso la figura del rifugista viene mistificata sottovalutandone l’impegno, unicamente associato all’amore incondizionato per la montagna. È una parte fondante, certo, ma gli amori nel tempo mutano, assumono forme diverse.

“Il rapporto con la montagna è simile alla storia d’amore con una persona. Inizia con l’innamoramento, l’agitazione, stai sveglio tutta la notte e sei convinto di aver trovato la ragione della tua vita. Forse l’alpinista può considerarsi uno a cui basta essere innamorato tutta la vita. Il rifugista a un certo punto si accorge che la montagna a volte ti racconta delle bugie, perché dietro a quella bellezza c’è un universo che non sapevi esistesse. Cade un po’ la maschera che aveva addosso quando ti sei innamorato, cominciano a venire fuori i difetti che la realtà porta con sé. E le difficoltà. Il rifugista per poter fare il rifugista non può andarsene. Quando decidi che la persona che ami è per la vita devi accettare, per dire, che le puzzano i piedi, ma questo non ti fa scappare. Sei innamorato della montagna? Lei ti manderà la bufera, la nebbia, tantissime cose assolutamente negative, ma non ti faranno scappare. Se vuoi essere un rifugista devi essere in grado di restare nel luogo che ti sia scelto o ti è stato affidato nonostante le complicazioni. Io sono partito come grande appassionato di montagna e alpinista. Sono andato in giro parecchio, ho fatto salite e interessanti, ma non mi bastava più. Provare a gestire un rifugio era il compromesso per stare il più possibile in montagna e guadagnarsi da vivere.”

Al Selleries settembre è tempo di soggiorni delle scuole, del freddo che alla notte scende a una cifra sola, delle invocazioni alla neve. Della desarpa, degli abbracci, dei saluti all’anno prossimo. Al Boccalatte intanto, i lavori di ristrutturazione sono quasi finiti.

“Per una struttura che per alcuni anni non è stata gestita era normale che ci fossero interventi da fare. Ha richiesto impegno da parte del CAI, a me e noi che ci stiamo proponendo. Non so cosa aspettarmi dal Boccalatte. Sono stato piacevolmente stupito dalla qualità delle persone che ho incontrato nel poco tempo che ci sono stato e per il loro affetto nei miei confronti, che sono uno sconosciuto. Vanno sulla fiducia perché non sanno come potrò essere”.

Non fingerò di non conoscere Massimo, nemmeno che il nostro sia un rapporto superficiale. Ci hanno uniti le montagne, così la vita, lui ha riunito e unito anche me. Lo vedo al Selleries, che cammina tra la sala e la cucina, seduto al computer con gli occhiali tondi e i capelli tessuti di cenere legati con un elastico lilla. Lo immagino sulla terrazza del Boccalatte, voltato di schiena con le braccia conserte al petto, di fronte a montagne che non conosco e che mi farò indicare appena andrò a trovarlo lì, la prossima estate.

“Mi piacerebbe avere la conferma che la fatica per raggiungere un posto sia inversamente proporzionale alla qualità della persona che tu stesso porti. Sono

convinto che quando fatichi per qualcosa tiri fuori la parte migliore di te. Quando fatichi sul lavoro tiri fuori il meglio dite, e la fatica per arrivare in un luogo fa sì che lassù giunga la persona migliore che sei. Vorrei avere la conferma che sia così”.

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