Francesco Giavazzi: “Il taglio delle accise? Soldi buttati. Stabilizzare subito il debito pubblico”

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«I soldi impegnati per tagliare le accise sui carburanti sono soldi buttati al vento. Molto più utile disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’elettricità e accelerare sulle rinnovabili», sostiene l’economista Francesco Giavazzi, professore di Economia politica alla Bocconi e, ai tempi del governo Draghi, consigliere economico chiave di Palazzo Chigi. A suo parere oggi, più che il deficit sopra al 3%, il nostro problema è «il debito, che bisogna cercare di stabilizzare, e la crescita».

Venerdì Ursula von der Lyen a Cipro ha respinto la richiesta dell’Italia e di altri paesi di sospendere il Patto di Stabilità. Scelta corretta?
«Per sospendere il Patto di Stabilità bisogna essere tutti d’accordo e credo che la presidente della Commissione ha capito che non c’è unanimità nella Ue. E ha ragione, perché siamo ancora lontani da una situazione drammatica come quella che avevamo al tempo del Covid. Se dovessi decidere io, aspetterei ancora un mese prima di fare qualcosa. Prima bisogna vedere come si risolve il blocco dello Stretto di Hormuz».

Per quanto riguarda l’Italia, il fatto di non essere usciti in anticipo dalla procedura d’infrazione adesso rappresenta un problema?
«Non è mai una buona strategia quella di arrivare a poche centinaia di milioni di euro dall’obiettivo, perché i conti pubblici sono sempre pieni di incertezze. Non bisognava puntare al 3% ma semmai al 2,9. Se c’è un errore, è questo: non aver preso un po’ di margine».

Per quest’anno il governo prevede un deficit al 2,9%. Siamo di nuovo al limite…
«Oggi la variabile cruciale è la crescita. Se questa diventa negativa, come è possibile se continua il blocco di Hormuz, il 2,9% ce lo sogniamo».

L’idea di fare dell’extra deficit a cui sta pensando il governo è una via praticabile?
«Il problema oggi non è tanto quello di stare dentro o fuori dalla procedura di infrazione, ma la differenza tra il costo del debito e il tasso di crescita. Perché il nostro obiettivo deve essere quello di stabilizzare il debito pubblico, e poi di ridurlo, e questo avviene quando questo rapporto è negativo».

Secondo il governo, il Pil quest’anno crescerà dello 0,6%.
«…Pregando il Signore che il prezzo del petrolio si fermi».

Negli scenari del Dfp, se la guerra continua, nel 2027 andremo in recessione.
«Speriamo di no, ma se lo Stretto di Hormuz resta chiuso per altri mesi, ci finiremo certamente. E in questi casi l’ultima cosa da fare è predisporre una manovra di austerità che ammazza la crescita. Ricordo, ad esempio, che nel 2011-12 il governo Monti fece tanto per ridurre il deficit, anche sul lungo termine con l’intervento sulle pensioni di cui beneficiamo anche adesso, però poi il Pil fu negativo per tre anni di seguito».

Per favorire la crescita in tanti sostengono che servano le riforme. È vero che hanno più effetto sul lungo termine, ma quelle introdotte grazie al Pnrr non sono bastate?
«Il problema oggi è intervenire sul breve termine».

E cosa si può fare?
«Per sostenere la crescita bisogna intervenire sulla domanda e sull’offerta. Sul fronte della domanda se i salari continuano ad essere sotto il livello del 2019 è una illusione che questa cresca, perché i consumi rappresentano il 70% del Pil e se questi non crescono è difficile che poi lo stesso Pil cresca. Per questo, bisogna far risalire il potere di acquisto delle famiglie introducendo, da un lato, il salario minimo per sostenere chi ha paghe molto basse; e dall’altro per chi ha stipendi più alti, rinnovando i contratti senza dover aspettare ogni volta cinque anni. In Germania ogni 2 anni i contratti vengono rinnovati, non si capisce perché in Italia non lo si possa fare».

Poi che altro?
«Gli investimenti. Se guardiamo al settore privato vediamo che negli anni scorsi Industria 4.0 ha aiutato molto accelerando gli ammortamenti delle imprese che investivano. Su questo terreno, però, più di recente abbiamo fatto un disastro cancellando Industria 4.0 e introducendo Industria 5.0 con regole diverse e complicazioni che hanno frenato le imprese, tant’è che poi il tiraggio è stato bassissimo. Per rimediare il governo prima ha cambiato le regole di Industria 5.0 e poi è tornato al 4.0, però, nel frattempo, le imprese hanno perso la fiducia. Questi sono interventi delicati, quando si vogliono cambiare regole di questo genere, bisogna sempre mettere in campo le norme più semplici possibili altrimenti non funzionano».

E dal lato dell’offerta, che va fatto?
«Bisogna ricordarsi che il +0,6% di quest’anno è frutto della coda degli ultimi sei mesi del Pnrr che ci ha dato un 1% di crescita in più all’anno. L’anno prossimo però il Pnrr non c’è più, per cui bisogna sapere che si riparte da -0,4».

Per attenuare gli effetti dell’emergenza-energia, ha senso intervenire sulle accise per tenere basso il prezzo dei carburanti ed evitare contraccolpi sull’inflazione?
«Mettere centinaia di milioni per abbassare per due mesi le accise sono soldi buttati al vento, perché ne beneficiano indistintamente chi possiede un’auto di grossa cilindrata e chi ha una piccola utilitaria. Occorre invece puntare ad una riforma strutturale del prezzo delle bollette e sganciare il costo del gas da quello dell’elettricità. Il disaccoppiamento è una cosa complicata, deve farlo l’Europa in modo unitario, ma possiamo farlo anche noi da soli. Poi occorre accelerare sulle rinnovabili visto che, rispetto al 2024, l’anno passato questa produzione è diminuita. Il nostro faro deve essere la Spagna».

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