Continua a ritmo serrato la caccia ai ladri che, nella notte tra domenica e lunedì, hanno rubato la collezione di 26 orologi storici alla Reggia di Venaria. Ma, in questi giorni, gli investigatori hanno evidenziato come entrare nell’area del complesso sabaudo sia tutt’altro che difficile. Perché i Giardini della Reggia – dal lato di via don Sapino – sono separati dai prati della tenuta de La Mandria e dall’eliporto militare «Mario Santi» da una semplice recinzione a maglie che qualcuno è riuscito anche a piegare senza difficoltà. Ma non solo. A lato di uno dei cancelli con l’apertura automatica utilizzato come ingresso secondario, c’è uno spazio libero dove una persona passa «di taglio» senza difficoltà. Quindi accedere all’immensa area dei Giardini è fattibile senza dover cimentarsi in grandi acrobazie per scavalcare la recinzione che, tra l’altro, non è allarmata e nemmeno monitorata dalle telecamere.

L’allarme e il sorvegliante
Non è stata insomma un ostacolo per i ladri che sonoarrivati all’edificio senza problemi, per poi forzare una porta facendo partire il sistema d’allarme. In quel momento un agente armato della Allsystem – l’istituto che garantisce la vigilanza nel complesso sabaudo – è intervenuto. Uno dei punti che stanno chiarendo gli investigatori è quanto tempo ha impiegato per attivarsi e dove era nel momento in cui è scattato l’allarme sonoro. In questi giorni i carabinieri della Compagnia di Venaria, del comando provinciale di Torino e gli esperti del Nucleo Tutela patrimonio culturale stanno indagando in diverse direzioni. Anche se il furto su commissione sembra quello più plausibile. Perché il valore stimato di circa 150 mila euro dei capolavori in oro e smalto – di manifattura inglese e francese del XVIII secolo, donati nel 2012 al Consorzio delle Residenze reale sabaude dagli eredi di Giorgio Accornero – che sono stati trafugati resta comunque “modesto” per delle opere d’arte. Che quindi potrebbero già essere state consegnate ad un ipotetico collezionista, il “mandante”. Oppure, se si tratta di un colpo per racimolare soldi – e qui è già in atto una vasta azione di monitoraggio – gli orologi potrebbero finire in vendita sul mercato nero o su siti web specializzati. Come è avvenuto in passato.

Il precedente
L’ultimo raid dei ladri che ricorda il furto alla Reggia è quello avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 giugno scorso alla Casa d’Aste Sant’Agostino, in corso Tassoni. Anche quella volta i cinque ladri incappucciati agirono in tempo record. Ovvero quattro minuti per frantumare una serie di teche in vetro e arraffare gioielli con diamanti, smeraldi, zaffiri e rubini oltre ai marchi più lussuosi di orologi che avrebbero dovuto finire all’asta. Il bottino arriva a toccare il valore di un milione di euro, calcolando solo la base d’asta. Per quel raid ci sono quattro indagati. Parte della refurtiva venne infatti ritrovata dai carabinieri nel campo rom di strada del Villaretto. Una borsa con dentro un bottino prezioso: anelli con diamanti e rubini, Rolex, collier d’oro e un bracciale con sei perle giapponesi. Ma intanto, in questi giorni, la razzia alla Reggia è già diventata la curiosità più grande per i turisti. I visitatori che prima quasi dribblavano la camera d’udienza del Duca di Savoia – un ambiente che viene dopo la straordinaria bellezza della Galleria Grande – dove, insieme agli orologi, è esposta una collezione di tabacchiere, un busto di Vittorio Amedeo III e un dipinto che raffigura Vittorio Alfieri insieme alla contessa Luisa Stolberg d’Albany, ora chiedono espressamente dove si trova “la sala del furto”.
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