Magie da dieci. Paolo Garbisi ha ancora i brividi dopo aver ricevuto la visita di Alessandro Del Piero prima di Italia-Sudafrica, oggi a Torino (ore 12.40 diretta Tv8 e Sky Sport), e soprattutto averlo visto con la maglia azzurra e con quel numero così iconico stampato sopra.
Ma anche nel rugby si nasce numeri 10?
«Io ho sempre fatto quello: sono un orgoglioso mediano di apertura».
Lei è anche il primo “10” cresciuto nel vivaio azzurro a essere stabilmente titolare in Nazionale (57 presenze in 6 anni) dopo un predominio oriundo con Diego Dominguez capostipite. Sente la responsabilità?
«Si sente, ma è una cosa bella. Il mio è un ruolo importante: devi sempre prendere le decisioni giuste e poche volte una squadra vince se il suo mediano di apertura gioca male. E poi senti la responsabilità di rappresentare l’Italia, sai che ci sono bambini che ti guardano e magari si ispirano per andare un giorno in Nazionale».
Come ha iniziato a giocare a rugby?
«I miei genitori mi dissero: “Scegli tu che sport fare, ma devi fare sport”. Papà aveva degli amici che giocavano a rugby e ho capito da loro che cosa è la passione. Ho iniziato così e dopo vent’anni la passione è ancora più forte per questo bellissimo sport».
Paolo Garbisi, 26 anni, mediano di apertura dell’Italia: 56 caps in azzurro
(lapresse)
Sfidate i campioni del mondo del Sudafrica: come si fermano?
«La maggior parte dei giocatori contro cui giocheremo ha vinto due mondiali di fila, quindi ci aspetta una sfida di altissimo livello. Ma noi vogliamo cominciare bene un intenso mese di novembre con 4 sfide di altissimo livello nel neonato Nations Championship. Servirà una grande prestazione per aumentare la fiducia e moltiplicare le energie: sarà un’Italia diversa per i tanti infortuni, ma ci sono giocatori nuovi e non ci snatureremo».
Qual è l’obiettivo di questo mese?
«Confermare quanto di buono fatto negli ultimi anni e di mostrare un’Italia diversa rispetto a quella di quest’estate. Non eravamo brillanti e abbiamo perso tre partite che pesano».
Che cosa è mancato?
«Quei dettagli che fanno la differenza e un po’ di maturità perché non possiamo permetterci di essere al 70-80% Non abbiamo la qualità per poterci permettere di fare delle ottime partite a una velocità di crociera: se entriamo in campo e pensiamo di fare il compitino, non otterremo nulla. Dobbiamo andare oltre, dobbiamo riuscire a trovare il modo di guardarci dentro e di riuscire a farlo».
L’EVENTO
L’Italrugby sfida i più forti al mondo: “Energia, imprevedibilità e fame contro il Sudafrica”

Un anno fa, sempre a Torino, avevate messo in difficoltà il Sudafrica…
«L’abbiamo anche rivista per prepararci: a 8 minuti dalla fine eravamo in partita sul 20-14, poi è finita 32-14. Sarà dura e loro giocheranno con la migliore formazione: è un onore per noi, ci rispettano».
Sarà anche la terza volta allo Juventus Stadium: ormai siete di casa?
«Il pubblico si sente: ci hanno aiutato due anni fa contro gli All Blacks e anche contro il Sudafrica. Poi la struttura è ottima e la Juve ci ha dato una grande mano facendoci usare anche la Continassa».
Segue il calcio?
«Sì e tifo Milan, ma giocare nello stadio dei bianconeri non mi cambia: ormai ci ho fatto il callo. Qualcuno la sente un po’ di più, ma perché ci sono tanti tifosi viola e domani c’è la sfida a Firenze».
In ritiro c’è anche suo fratello Alessandro, mediano di mischia. Condividete lo stesso settore, non capita spesso…
«Vero, ma non l’abbiamo fatto apposta (ride, ndr). Si vede che è una dote di famiglia quella di gestire il pallone nei momenti più delicati. E’ una cosa che è venuta in maniera naturale nel senso che le nostre abilità e le nostre qualità hanno fatto sì che finissimo per giocare in questi due ruoli delicatissimi».

Lei gioca in Francia da 5 anni: è un altro mondo?
«E dire che volevo andare all’estero, ma in Inghilterra perché pensavo di essere più adatto a quel tipo di gioco. E invece ho colto un’opportunità inattesa e non avrei potuto fare una scelta migliore: sono al Perpignan dopo Tolosa e Montpellier. Ovviamente ci sono stati ci sono stati alti e bassi, ma sono maturato sotto ogni punto di vista e poi nel Sud della Francia si sta bene. Mi manca solo la cucina italiana: per la pasta mi arrangio, ma la pizza non riesco ancora a farla con la mia fidanzata».
Com’è la Francia?
«C’è molta pressione, sembra quasi come l’Italia con il calcio. Se perdi una partita è un dramma, se la vinci sei in paradiso. Gli umori cambiano in un attimo e in questi ultimi 5 anni un allenatore è stato in media 18 mesi in un club: altro che progetti e stabilità, si passa dal super entusiasmo alla disperazione totale».
Lei si allena ancora con una playlist con dentro i fischi dei tifosi?
«Non più, l’ho fatto all’inizio perché arrivavamo dal Covid con gli stadi vuoti e dopo non ero più abituato al rumore, ai fischi dei tifosi».

A marzo avete fatto la storia battendo l’Inghilterra per la prima volta: è un’energia che potete ritrovare?
«E’ stata un’enorme gioia: sappiamo che abbiamo fatto grandi partite in questi anni, ma nessuna squadra azzurra aveva mai battuto i maestri. Quindi un’enorme fierezza e un’enorme gioia, ma non siamo ancora stati la squadra matura che dovremmo essere in futuro perché poi la settimana dopo abbiamo perso in quel modo in Galles. Quella è stata paradossalmente la più grande lezione che la partita ci poteva dare».
Si prende tante responsabilità, anche nelle trasformazioni sui calci. Come si allena nel gestire quel tipo di pressione?
«Cerco di tenere tutti i pensieri in una routine legata alla tecnica. Poi le cose cambiano da momento a momento, sia a livello emozionale che ambientale. Ma mi isolo per raggiungere obiettivo».
Cosa dà più soddisfazione? Un drop decisivo all’ultimo minuto o un passaggio geniale?
«Mandare un compagno in meta. Da buon numero 10».
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