Gaza, l’accordo sul disarmo di Hamas c’è solo sulla carta: tutti i nodi ancora irrisolti

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C’è un accordo, dicono tutti. Ma nessuno riesce a spiegare con precisione cosa sia stato davvero firmato. L’annuncio arriva nella notte sul social di Donald Trump: il Board of Peace avrebbe raggiunto un’intesa “storica” per il disarmo completo di Hamas e degli altri gruppi armati di Gaza. Israele, scrive il presidente americano, si ritirerà una volta concluso il processo. Hamas, dal Cairo, conferma un’intesa sulla seconda fase della tregua. Sembrerebbe la svolta attesa da mesi. Eppure, già poche ore dopo, emergono contraddizioni tali da far temere a molti che l’annuncio sia più politico che operativo.

Il primo nodo riguarda la sequenza degli eventi. Trump sostiene che il disarmo precederà il ritiro israeliano. Ghazi Hamad, negoziatore di Hamas, dice invece ad Al Jazeera l’esatto contrario: nessun disarmo prima dell’uscita dell’esercito dalla Striscia. Non è una sfumatura, ma il principale ostacolo che ha bloccato i negoziati negli ultimi mesi. Le due parti continuano a descrivere percorsi incompatibili.

Il secondo punto riguarda i tempi. Le ipotesi oscillano da sei mesi a quasi un anno, mentre in passato si era persino evocato un modello simile allo smantellamento dell’IRA, durato circa due anni. Nel documento visionato da Al Jazeera, però, non compare alcuna scadenza vincolante: si fissano soltanto quattordici giorni per definire una tabella di marcia, peraltro prorogabile.

Terzo nodo: cosa significa davvero “disarmo”. Secondo il testo pubblicato da Al Jazeera, le armi non verrebbero consegnate a Israele, ma affidate al nuovo Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG): prima quelle della polizia, poi gli armamenti pesanti. Si parla quindi di custodia, non necessariamente di distruzione. Per Israele, invece, il disarmo ha sempre significato consegna e distruzione dell’intero arsenale di Hamas. Due interpretazioni molto diverse della stessa parola.

Resta poi il problema di quali armi siano coinvolte. Il documento non chiarisce se il processo riguardi soltanto fucili e lanciarazzi oppure anche missili, droni, esplosivi e soprattutto la rete di tunnel, uno dei principali asset militari di Hamas. Mancano inoltre dettagli sulle verifiche e sui controlli. Hamas ha già fatto sapere di voler mantenere almeno le armi leggere, consegnando forse il resto al comitato tecnocratico. In Israele il timore è che il movimento conservi comunque capacità militari sufficienti a controllare la sicurezza interna della Striscia.

Anche il ruolo dell’iran, che spinge Hamas a non accettare, e soprattutto dell’Autorità nazionale palestinese restano sfumati. Il piano prevede un ritorno dell’Anp entro la fine del 2027, ma nel frattempo il potere verrebbe esercitato dall’NCAG, organismo tecnocratico privo di un mandato internazionale e già osteggiato in passato da Israele. Hamas si dice pronta a lasciare il controllo amministrativo di Gaza, ma non quello militare. Da più parti, inoltre, si fa notare che prima di affidarle la Striscia, l’Anp dovrebbe dimostrare di poter governare efficacemente la Cisgiordania.

A rendere ancora più complesso il quadro è il fatto che la notizia dell’accordo sia stata diffusa tra i primi da un media vicino a Mohammed Dahlan, storico rivale di Abu Mazen, da anni residente negli Emirati Arabi Uniti e considerato da tempo uno dei possibili successori alla guida dell’Autorità palestinese.

L’impressione è che l’annuncio abbia anticipato la sostanza. Una cornice negoziale sembra esistere, ma mancano ancora gli elementi che distinguono una dichiarazione d’intenti da un vero piano operativo: l’ordine delle tappe, i tempi, le verifiche, il destino delle armi e il ruolo dell’Autorità palestinese. Ed è proprio in questi vuoti che si misura oggi la distanza tra l’ottimismo diplomatico e la possibilità che la guerra finisca davvero.

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