Germania, le elezioni bocciano Merz. Meclemburgo all’AfD, Berlino alla Linke

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BERLINO. Alla fine, come prevedibile, è nel volto cereo di Friedrich Merz che bisogna cercare la chiave della giornata in cui circa 4 milioni di tedeschi hanno votato per il rinnovo dei parlamenti di due importanti länder, tra i quali la città-stato di Berlino. Quando il Cancelliere appare davanti alle telecamere convocate con i maggiorenti del partito a Konrad-Adenauer-Haus, la sede della Cdu, i primi exit poll sono già la cronaca di una disfatta annunciata. I cristiano-democratici ballano sul filo del 5% giocandosi l’esclusione dal parlamento in Meclemburgo-Pomerania anteriore ma sono comunque ai minimi storici e anche a Berlino dove, fermi sotto il 20%, perdono oltre 8 punti. «È un disastro» ammette Merz, che tuttavia, come fece Angela Merkel travolta dalla crisi dei migranti, pare deciso a non lasciare l’incarico. Dalle strade sale l’eco della città che, incoronando la Linke oltre il 25% ma spingendo avanti Alternative für Deutschland (16,2%), ha scelto i due estremi. La leader di AfD Alice Weidel pesa la propria forza e chiede che il Cancelliere ne «tragga le conclusioni». Lui resiste: «Abbiamo bisogno di cambiamenti e richiederanno impegno. Ciò che bisogna fare ora richiede fermezza e pazienza. Io le metterò in campo».

È la fine di una lunga, cupa dealine. Per tutta la giornata, sotto un cielo permanentemente da prima della pioggia, i berlinesi sono andati al seggio come se fosse un voto qualsiasi di una qualsiasi domenica, con i turisti a fotografare il Checkpoint Charlie e le strade transennate per la corsa lungo il Tiergarten. Non lo era.

«Stiamo difendendo la democrazia», dice la volontaria che controlla le schede elettorali alla scuola elementare Speewald, nove alunni su dieci non tedeschi nel cuore di Tempelhof Schoneberg, il quartiere amato dagli omosessuali sin dai ruggenti Anni ’20 dello scrittore inglese Christopher Isherwood. Qui, dove i casermoni popolari si alternano ad appartamenti da 12mila euro al metro quadro e solitamente vanno bene i Verdi, gli amici ventenni Victor Anton e Gabriel Brizalla dichiarano fieri di aver scelto la Linke: «Bisogna fermare l’estrema destra e per farlo servono politiche sociali più spostate a sinistra». È la cifra del voto: controbilanciare la sfida radicalizzandola. Lo scenario non è diverso a Kreuzberg 61, dove la sondaggista della TV Ard1 racconta che la stragrande maggioranza degli interpellati rivela la propria scelta, «segno che non ne prova vergogna».


L’affermazione della Linke, primo partito a Berlino, sposta molto a sinistra l’identità urbana, al punto che, ricordando «le campagne per Gaza nel nome dell’intifada», il Consiglio Centrale degli ebrei si affretta a esprimere preoccupazione ricevendo come risposta una sfilata di oratori a ricordare dal palco del Festsaal Kreuzberg la lotta contro l’antisemitismo, l’antifascismo, i diritti Lgbtq+ e tutti gli oppressi, comprese le donne iraniane, «donna, vita, libertà».

Se a un paio d’ore d’auto da qui si appesantisce il confine con il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove lo sconosciuto candidato di AfD (oltre il 38%) sta prevalendo sulla socialista Manuela Schwesig (sopra il 35%), la capitale alza la diga contro l’estrema destra. Almeno al centro. L’elettorato è meno loquace e amichevole infatti nelle zone periferiche come Reinichkendorf, dove svetta l’albero più antico di Berlino e dove le posizioni sono parecchio conservatrici. È lo stesso in tutte le aree al di fuori dell’anello esterno, che specie sul fronte orientale segna in queste ore il vero brandmauer della democrazia. A Treptow Köpenick, distretto settentrionale a Est della cicatrice del muro, il seggio 6WK59 registra un’affluenza tale da sembrare superiore alla media (65%). I volti non sono amichevoli. «Speriamo di fermare i comunisti», «Se stravince Alice Weidel? Non vedo il problema». Una signora velata fino ai piedi ammette di avere ora paura della zona, solitamente fedele alla Cdu, sbilanciata a valanga verso AfD. Non finirà così, ma la fuga in avanti della destra è simmetrica rispetto alla marcia del popolo Linke, con i coriandoli dorati per la vincitrice Elif Eralp e mille baci arcobaleno.

«A Berlino le elezioni porteranno a un governo composto da Linke, Verdi e Spd, che date le posizioni sul mercato immobiliare, gli investimenti infrastrutturali e gli insediamenti industriali sarà una catastrofe dal punto di vista economico» ci spiega, a caldo, il politologo dell’Ifo Institut di Dresda Joachim Ragnitz. È convinto che alla fine il tutto si risolverà in una forte delusione «perché un governo di coalizione rosso-rosso-verde non può mantenere le promesse fatte».

La diga ha retto, sebbene i socialisti della Spd annaspino sul crinale della sopravvivenza, come in tutta Europa. Ma la strada è in salita e la sfida richiede sforzi estremi. Per ora, novità assoluta nella Germania centrista per autodifesa dalla storia, gli estremi sono i più pronti a battersi.

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