Gli Stati prendono senza cedere: così l’Ue resta un gigante immobile

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È opinione diffusa che l’Unione europea debba uscire dalla paralisi, come già fece al tempo del Covid. Allora, sotto la guida di una Ursula von der Leyen ben più decisa di oggi, riuscì a varare il Next Generation Eu, un cospicuo pacchetto di finanziamenti e misure che impedì il crollo dell’economia europea. L’Italia lo conosce bene perché è alla base del Pnrr, un piano di finanziamenti che bloccò una recessione quasi sicura trasformandola in una timidissima crescita.

Richiamare l’Europa al «coraggio delle scelte» può sembrare un’ironia della storia. Da decenni viviamo tra sollecitazioni pressanti, raccomandazioni, procedure di infrazione della Commissione Ue ai singoli Stati, «restii a fare i compiti a casa», cioè contenere le spese pubbliche meno produttive, e attuare riforme, per migliorare efficienza ed equità. Oggi sono gli Stati, le istituzioni, gli studiosi a chiedere all’Europa di “svegliarsi”.

Da Draghi e Letta fino a Panetta

Per citare soltanto alcuni recenti autorevoli richiami di italiani, troviamo Mario Draghi, con il suo rapporto sulla competitività ed Enrico Letta con quello sul mercato unico. A queste esortazioni, si è aggiunto opportunamente e non per la prima volta, l’intervento di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, durante un convegno alla Luiss, in onore di Robert Mundell, premio Nobel dell’Economia, e tra gli ispiratori dell’unione monetaria europea.

Una moneta comune, secondo Mundell, non è semplicemente un mezzo di pagamento condiviso bensì il punto di arrivo di un processo di integrazione economica e politica. Se introdotta prima del completamento di quel processo, la moneta unica mette a dura prova i governi chiamati a renderla sostenibile. A più di venticinque anni dall’introduzione dell’euro, la sfida di Mundell non è ancora vinta.

Fabio Panetta ha ribadito un concetto più volte espresso: senza una capacità fiscale comune e senza maggiori investimenti europei l’Europa non sarà in grado di valorizzare l’enorme potenziale economico, tecnologico e umano di cui dispone e di trasformarlo in scelte e azioni concrete. Resterà, per usare un’espressione ormai ricorrente, un “gigante immobilizzato”.

Perché il gigante è fermo

Ma perché questo gigante non riesce a muoversi? Naturalmente sono chiamate in causa procedure decisionali complicate e l’insufficienza del bilancio europeo, ma questi sono effetti, non cause. La causa più profonda riguarda il modo in cui gli europei – e prima di tutto i loro governi – continuano a concepire l’Unione. “Più Europa”, chiedono a ogni crisi ma quasi sempre per ottenerne maggiori vantaggi per il proprio Paese.

L’Europa dovrebbe unirsi e agire sempre più come uno Stato federale, portatore di un interesse generale, ma quasi tutti la invocano soltanto come strumento per la difesa dei propri interessi nazionali. Questa contraddizione emerge con particolare evidenza nel dibattito pubblico. Nelle prese di posizione sull’aggressiva politica commerciale americana, per esempio, la nostra presidente del Consiglio e altri premier hanno parlato quasi esclusivamente di «interesse nazionale».

Eppure, dazi, relazioni commerciali, politica industriale e negoziazioni con Washington sono competenze che appartengono all’Ue. Si tratta del riflesso di una cultura politica nella quale il soggetto resta lo Stato nazionale, mentre l’Europa compare come un utile moltiplicatore di risorse quando conviene e come un vincolo inopportuno, quando impone decisioni difficili.

Ambiguità più evidente con il populismo

Quest’ambiguità accompagna da sempre il processo di integrazione europea, ma è divenuta più evidente con il diffondersi del populismo, a destra come a sinistra. Gli Stati membri desiderano i benefici dell’azione comune, ma si sottraggono quando si tratta di cedere un pezzo di sovranità. Si chiedono strumenti comuni per affrontare la crisi energetica, la competizione tecnologica, la difesa, l’immigrazione, la sicurezza ma al tempo stesso si difende gelosamente il controllo nazionale sulle decisioni che renderebbero possibili quegli strumenti.

Da questa ambiguità deriva lo stallo. Senza istituzioni europee capaci di assorbire unitariamente gli shock l’Europa resterà debole. Gli Stati Uniti dispongono di un bilancio federale, di un debito federale e di un’autorità politica centrale in grado di prendere decisioni rapide. L’Europa, invece, ha costruito una banca centrale forte, ma ha lasciato la politica fiscale prevalentemente nelle mani dei governi nazionali.

Durante la pandemia per la prima volta l’Unione ha emesso debito comune su larga scala. Proprio perché definito eccezionale e temporaneo, però, quello strumento non ha modificato l’assetto istituzionale di fondo. Passata l’emergenza, ciascuno è tornato a difendere il proprio spazio. Eppure, la dimensione europea non è più soltanto un’opzione ideale; è diventata anche una necessità economica.

Una vera politica industriale europea richiede un bilancio europeo significativamente più ampio. Un bilancio europeo più ampio richiede maggiori risorse a livello europeo. Queste implicano un’autorità democratica che decida come raccoglierle e come spenderle e quindi, inevitabilmente, una capacità fiscale comune e una cessione di sovranità degli Stati membri alla Ue.

Rafforzare le capacità decisionali

Per questo le proposte di Draghi, Letta e Panetta convergono tutte verso un medesimo punto: rafforzare la capacità di decisione e di investimento dell’Unione. Rischiano, però, di rimanere incompiute se non si affronta il tema politicamente più difficile: si preferisce così parlare di “coordinamento” anziché di governo comune; di “cooperazione” anziché di trasferimento di competenze; di “solidarietà” anziché di integrazione politica. Sono formule rassicuranti, ma non risolvono il problema.

Tutto questo richiede una leadership politica oggi largamente assente. Le istituzioni europee possono proporre, coordinare, mediare. Sono i governi a dover spiegare ai propri cittadini che l’integrazione non consiste nel chiedere continuamente all’Europa di risolvere problemi quando essi stessi non vogliono cedere le competenze necessarie. Serve una visione capace di sostituire la logica del “quanto riceviamo?” con quella del “che cosa possiamo costruire insieme?”.

È una differenza sostanziale. L’Europa potrà smettere di essere un gigante immobilizzato solo quando gli Stati membri accetteranno e i cittadini comprenderanno che, su varie questioni decisive, il bene comune europeo non è la somma degli interessi nazionali, ma qualcosa di più: un interesse collettivo da perseguire attraverso istituzioni comuni, responsabilità condivise e una leadership capace di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale.

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