Grazia, la chirurga in pensione che salva i bambini del Terzo Mondo

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Tra tutti i premi che ha ricevuto la dottoressa Andriani, il più bello è stato quello di un ragazzo della Tanzania. L’aveva operato anni fa di una complicata estrofìa vescicale, una malformazione uro-genitale che avrebbe condannato l’adolescente, oltre a una vita d’inferno, anche a non avere rapporti né tantomeno figli. Invece, una volta guarito, il ragazzo si è sposato e ha avuto una bambina. Non solo: l’ha chiamata Grazia, in omaggio all’“angelo del bisturi” che gli ha ridonato una vita normale.

Quando lo racconta, a Grazia Andriani vengono i lucciconi agli occhi. E sì che ne ha viste di tutti i colori, nella sua lunga carriera di chirurga pediatrica all’ospedale civile di Pescara, dove abita. Mai però quante ne ha viste dopo, in Africa e nel Centro-America.

Dopo essere andata in pensione nel 2014, riceve una telefonata dal direttore della sua banca. «Un’anziana signora, Ada Manes, aveva lasciato incarico all’istituto di credito di gestire il suo patrimonio, una volta che avesse lasciato questo mondo. Non aveva eredi, così aveva espresso la volontà che fosse speso in opere di bene a favore dei poveri e dei più deboli», racconta la dottoressa con gli occhi che sorridono. «E cosa c’è di più povero, e di più debole, dei bambini del Terzo e Quarto Mondo, che non hanno niente? Neanche accesso alle più elementari cure mediche, che qui diamo per scontate?».

Detto, fatto. Maria Grazia Andriani apre la Fondazione che porta il nome della benefattrice e fa due master executive in Bocconi per imparare a gestirla. Anziché appendere il bisturi al chiodo, trasforma la sua passione per il lavoro e per i bambini in una missione di vita. Per statuto. Dal 2015 vola più volte all’anno nel Sud del mondo, per portare la chirurgia pediatrica dove non c’è. E per restituire l’infanzia a chi non l’ha mai avuta. In dieci anni ha operato 1300 bimbi in 33 missioni: dall’Etiopia alla Tanzania, dal Sudan al Congo, fino ad Haiti.

Spesso i progetti vengono condotti in collaborazione con università e organizzazioni benefiche, come la Fondazione Francesca Rava o la Onlus Lazio Chirurgia Solidale. Oppure con i governi, come l’attuale missione di Ada Manes in corso nella Repubblica del Congo, sotto l’egida dell’ambasciata italiana a Brazzaville. «L’obiettivo è operare gratuitamente più bambini possibile dando la precedenza ai casi più urgenti, anche nei villaggi più sperduti. Ma anche fare formazione per il personale locale, in modo da rendere autonomi i chirurghi del posto. Alcuni sono bravissimi, ma non hanno una specializzazione pediatrica».


D’altronde, si sa, è possibile trattare un adulto come un bambino, ma non viceversa. «Quella pediatrica – aggiunge Andriani – è una chirurgia molto specialistica, che richiede tecniche specifiche, soprattutto per certe patologie malformative invalidanti come quelle ano-rettali o gastro-intestinali, o anche le gravi ipospadìe, spesso causate dai pesticidi che infestano le aree più povere del mondo».

In Africa mancano medici, risorse, competenze, apparecchiature sanitarie. Persino strumenti operatori adatti per i più piccoli, che la dottoressa si porta sempre dietro durante le sue missioni, donandole a volte alle strutture ospedaliere. La sua équipe medica è formata da due chirurghi, due anestesisti, un infermiere e spesso anche uno specializzando. «In Europa c’è un chirurgo pediatrico ogni cinquantamila bambini sotto i 15 anni – allarga le braccia Grazia –. Nei Paesi in via di sviluppo il rapporto è di uno ogni tre milioni e la popolazione giovanile, complici l’alta natalità e la bassa aspettativa di vita, è il 45 per cento del totale».


Spesso, prima di incidere i suoi piccoli pazienti, Grazia Andriani si trova a dover incidere la diffidenza delle popolazioni locali: verso la medicina, verso l’uomo bianco, verso quello che non conoscono. «È inammissibile che a poche ore di volo dall’Italia i bambini muoiano per nulla, anche per una semplice ernia o un’appendicite. Servirebbe più impegno da parte delle istituzioni nel prendersi cura dei più piccoli, in tutte le parti del mondo», scuote la testa la dottoressa col sorriso, che quando parla ricorda Maria Montessori.

In certe zone, già martoriate da epidemie e guerre civili, l’assistenza sanitaria è un miraggio. Specialmente nei villaggi distanti dalle città in cui si trovano gli ospedali. «Quando hanno un problema di salute, i genitori avvolgono i loro piccoli in fagottini di stracci e si mettono in viaggio, magari per giorni. E non sempre dopo questa Odissea arrivano a destinazione con il loro figlio ancora vivo».

E anche quando riescono a raggiungere l’ospedale, gli standard sanitari sono lontani anni luce da quelli cui siamo abituati noi occidentali: «Qui in Europa la diagnostica prenatale rivela in tempo ogni possibile problema del nascituro, dalle malformazioni a tutte le altre possibili patologie. La mamma è visitata e sottoposta a controlli per tutta la durata della gestazione. In certi Paesi dell’Africa sei fortunato se puoi contare su un’ostetrica al momento del parto».


Quando è in missione, pur se ha 74 anni Grazia Andriani opera da mattina a sera, instancabile. Il primo giorno con la sua équipe incontra i bambini e seleziona quelli da operare con più urgenza; dal giorno dopo è in sala operatoria: «Andiamo via solo quando tutti i piccoli pazienti vengono dimessi. Perché anche il post-operatorio è una fase delicata, e non tutte le strutture la sanno gestire».

La soddisfazione più grande, per Grazia, è la gratitudine dei genitori cui ha salvato i figli. E con cui ha imparato a comunicare in swahili o in creolo, quando si trova ad Haiti. Ma soprattutto la gioia nel vedere i bambini tornare a fare i bambini, una volta guariti. Ogni volta, assieme ai ferri del mestiere, si porta dietro una sacca di giocattoli per i suoi piccoli pazienti. E loro la considerano come la loro seconda mamma, saltandole in braccio appena la vedono.


Madre, chirurga, filantropa. Persino tedofora: agli ultimi Giochi invernali di Milano-Cortina, la dottoressa Andriani ha portato la fiaccola della tregua olimpica. Un gesto simbolico per la pace e anche per il diritto universale alla cura dei bambini. Il fatto è che ogni missione costa, e anche parecchio: dai 25 mila euro in su per le spese di viaggio e soggiorno di tutta l’équipe medica. E le risorse della Ada Manes Foundation For Children non sono illimitate.

«Di tanto in tanto organizziamo eventi e concerti per raccogliere fondi per sostenere i progetti di chirurgia pediatrica – conclude Grazia Andriani –. Ogni contributo, anche sotto forma di 5×1000 sulla dichiarazione dei redditi, è un dono per la causa dei bambini».

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