“Ha ammazzato la moglie”: in fuga dal Texas a Torino

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Da sorvegliato speciale con braccialetto elettronico residente a Houston al Cpr di Torino. Una fuga di due giorni. Due voli e due identità false. Un’evasione da film dal Texas, dove rischia la pena di morte per il presunto femminicidio della ex moglie. La speranza di poter restare in Italia. Per Lee Mongerson Gilley, ingegnere informatico di 39 anni sospettato di omicidio negli Usa, e per questo ricercato speciale, il nostro Paese significa garantismo. «Qui spero di godere di un trattamento giusto». Lo ha detto agli agenti di Milano Malpensa cinque giorni fa, quando è sbarcato da un volo proveniente dal Canada. Era partito da Houston il giorno prima, dopo essersi tagliato il braccialetto elettronico. In tasca una coppia di documenti falsi, da usare in Canada e in Italia. Ma il piano è fallito.

Perché Gilley è stato scoperto non appena atterrato in Italia. Gli agenti hanno capito che non poteva chiamarsi né Oliver Lejeune (nato in Belgio) e nemmeno Jan Malet (nato negli Usa). Hanno guardato la banca dati. Era Lee Gilley, l’uomo più ricercato d’America. Quello che da oggi sarà al centro di una procedimento d’estradizione che si preannuncia non facile. L’ingegnere ha chiesto di restare nel nostro Stato perché in Texas rischia la pena di morte. «Sono innocente. Non ho ucciso mia moglie nell’ottobre del 2024». La donna era incinta. E in Texas questo significa che Gilley rischia la pena per «duplice omicidio», perché anche il feto viene considerato una persona. L’uomo è scappato un mese prima dell’udienza preliminare, fissata il 5 giugno.

In Italia non conosce nessuno. Ma, così ha spiegato e anche scritto, qui attende salvezza. La richiesta di protezione internazionale l’ha firmata in aeroporto a Malpensa. I poliziotti stavano per rimpatriarlo, dopo avere letto la sua vera identità e verificato che era ricercato. Ma lui ha detto, e poi scritto, questo: «Chiedo protezione per salvare la mia vita. Negli Usa sono perseguitato per un crimine che non ho commesso e sono vittima di un accanimento mediatico pericoloso. Non ho goduto di un trattamento giusto. Ho rischiato tutto per venire in Italia per salvarmi. Spero di potere vivere in una società che mi accetti. Quella da dove provengo mi ha rifiutato e mi terrorizza. Rischio la pena di morte negli Usa. Ho molta paura di perdere la vita».

A quel punto, tutti si bloccano in aeroporto. Nessuno può rimpatriare un uomo che rischia la morte. I poliziotti lo portano in questura, a Varese. Lo guardano in faccia. Il volto di quest’uomo rimbalza in decine di video: tg nazionali, dirette, aggiornamenti di tv locali di Houston. Lui parla di «accanimento mediatico». E a sentire i tg statunitensi, il suo punto di vista è comprensibile.

«Ho dei bravi avvocati, ma ci sono troppe cose che non vanno nel sistema del mio Paese. Mi hanno additato come un assassino. I media lo credono. E negli Usa hanno molto potere. Io rischio la vita anche se sono innocente».

La questura di Varese formalizza la richiesta di protezione internazionale. Ordina che Gilley sia immediatamente trasferito in un centro per il rimpatrio. E così, nella serata del 5 maggio l’ingegnere entra nel Cpr di corso Brunelleschi a Torino. È l’unico maschio bianco occidentale. L’unico finora incensurato, perché il processo sull’omicidio della sua ex moglie deve ancora iniziare. «Lo abbiamo messo nella stanza con i sudamericani, che sono tranquilli, si è ambientato», racconta una fonte che non vuole essere menzionata. Sa che questa è una storia grossa. Spinosa, «perché ora Trump lo vorrà in Texas. Ma non è detto che l’Italia glielo consegni». Ieri mattina, in videoconferenza dal Cpr, si svolge l’udienza di convalida davanti alla Corte d’Appello di Milano. L’udienza riguarda il trattenimento nel Cpr. Ma appena finisce, arriva dall’Interpol il mandato di cattura internazionale. «Felony charge: capital murder». Gilley finisce al Lorusso e Cutugno. «Forse, per lui, era meglio restare al Cpr, ma questo non lo scriva».

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