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I giudici di Torino: “Gilley sia estradato ma il Texas escluda la pena di morte”

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L’ultima speranza di Lee Mongerson Gilley si è spenta ieri. Ed è stata sostituita da una cupa perplessità: «Ora che l’Italia mi consegnerà al Texas, perché mai i giudici del mio Paese dovrebbero modificare il capo d’imputazione ed evitarmi la pena di morte? È inimmaginabile che lo facciano. Se mi estradano, mi ammazzeranno».

Quasi sei mesi dopo l’evasione che da Houston l’ha portato a Torino, l’ingegnere informatico accusato di avere ucciso la moglie incinta Christa Bauer il 7 ottobre 2024 teme di non avere alcuna garanzia di essere sottoposto, in Texas, a un processo «giusto» che escluda «pene disumane». Non appena atterrato a Milano Malpensa, lo scorso primo maggio, Gilley, prima di essere fermato dopo due giorni di fuga, aveva detto alla polizia: «Spero che l’Italia mi aiuti. Sono scappato dal Texas perché rischio la pena di morte. Non ho mai ucciso mia moglie. Il processo a mio carico non è ancora iniziato, ma sono spacciato».

Ieri, dopo una serie di udienze, la Corte d’Appello di Torino ha deciso di «accogliere parzialmente la domanda di estradizione avanzata dagli Stati Uniti». I giudici torinesi ritengono possibile accogliere la domanda di estradizione ma «in relazione al solo reato di murder (omicidio, ndr)».

Gilley però, in Texas, non è imputato per omicidio. Ma per omicidio «multiplo» o «capitale». La vittima era incinta. E per l’ordinamento del Texas il feto è considerato un individuo. Gilley è a processo con il capo di imputazione più grave possibile. Per questo rischia la pena di morte.

La Corte, con la sentenza di ieri, associa l’assenso all’estradizione alla modifica del capo di imputazione da parte dei giudici texani. Dovrebbero fare una sorta di retromarcia: cancellare l’omicidio multiplo e reiscrivere il reato come omicidio semplice.

Ma chi garantisce a Gilley che i giudici del Texas seguiranno questo cambio di passo giuridico? Secondo l’avvocata Monica Grosso, che lo difende, «la sentenza apre uno scenario di difficile interpretazione». «Si esige – afferma la legale – che uno Stato estero applichi una normativa diversa dalla sua e non c’è modo di vigilare che poi lo faccia davvero. E poi, se gli Usa non processeranno Gilley per il “solo” reato di omicidio, ma manterranno la contestazione originaria, quale sarà il rimedio giuridico?». «In ogni caso – rimarca Grosso – faremo ricorso in Cassazione».

“L’ergastolo senza condizionale da noi non esiste”, la difesa del texano accusato di femmincidio

I dubbi della difesa rendono il caso giuridico sempre più vicino a un fatto che attiene al mondo della diplomazia.

I contatti tra le ambasciate in questa storia sono iniziate subito dopo l’evasione e sono proseguite in parallelo con il procedimento penale. Già il 3 giugno l’ambasciata Usa scriveva ai nostri ministeri degli Esteri e della Giustizia: «Il governo degli Usa assicura al governo italiano che non sarà inflitta la pena di morte nel caso in cui Gilley verrà estradato».

La Corte d’Appello di Torino, spiega la presidente Alessandra Bassi: «Ha dato atto delle reiterate assicurazioni diplomatiche degli Usa».

Ma con la decisione di ieri ha fatto un passo oltre. Ha stabilito che anche se Gilley non venisse ucciso, e venisse condannato all’ergastolo senza possibilità di condizionale e di uscita anticipata, questo non sarebbe un esito accettabile, perché violerebbe i principi dell’articolo 3 della Cedu, che impone il divieto assoluto di tortura e di «trattamenti inumani o degradanti» e quelli della «finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione».

«La Corte d’Appello – precisa Bassi – ha ritenuto l’ergastolo senza possibilità di rilascio» contrario alla Cedu e alla Costituzione «in quanto priva il condannato di una concreta speranza di liberazione e persegue in sostanza la sua definitiva esclusione dalla società». «Ne è rilevata – conclude – l’impossibilità di pronunciare sentenza favorevole all’estradizione per il reato di capital murder».

La richiesta di estradizione «può essere accolta per il solo omicidio di Christa Bauer», reato per cui Gilley in Texas rischia dai 5 ai 99 anni, con la possibilità di riduzione della pena.

Resta un unico, enorme dilemma: chi garantisce a Gilley – e all’Italia – che i giudici del Texas cambino il capo di imputazione e la loro stessa legislazione in tema di morte del feto? Nessuno, secondo l’ingegnere. Non appena evaso in Italia aveva detto: «Vi prego, non estradatemi. Ho scelto di fuggire in Italia perché è un paese civile».

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