Oggi è il gran giorno di Bruno Valensise, direttore dell’Aisi, l’agenzia di intelligence per la sicurezza interna. Lo aspettano al varco al Copasir, il comitato parlamentare sulla sicurezza, per chiedergli conto di come sia stato possibile che i suoi 007 non abbiano intercettato per tempo quel che stava per accadere nel weekend. Passi per il sabato, quando le manifestazioni di Torino, Milano e Bologna si sono trasformate in occasione di violenze gratuite e tafferugli con la polizia. Capita. Ma è davvero difficile da accettare quanto successo il giorno dopo nel centro di Milano, con un migliaio di giovanissimi che sono tornati sul luogo del delitto per devastare e basta. “C’è stato un deficit di intelligence”, ha detto lapidario a questo giornale un vecchio poliziotto esperto come Achille Serra. Lo pensano anche al Copasir. E non solo.
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“È evidente che qualcosa non ha funzionato”, dice Matteo Mauri, responsabile dem per la Sicurezza, già viceministro dell’Interno. Due giorni fa aveva chiamato a rispondere il ministro Matteo Piantedosi. “In Parlamento non è ancora venuto. Sospetto perché lui stesso non ha ancora ben chiaro come e perché sia successo quel che è successo. Il che è ancora più grave. E intanto vediamo ministri parlare a ruota libera, uno contro l’altro: chi dice “guerra ibrida”, chi nega la mano della Russia, chi non pensa a regie esterne”. Resta il fatto che l’intelligence non ha funzionato. E che c’è il timore di nuove defaillance. Sempre per restare ad Achille Serra: “Non dovrà mai più accadere che la polizia si ritrovi senza saperlo con mille mascalzoni violenti a piazza Duomo”.
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Di tutto ciò il direttore Valensise dovrà parlare oggi al Copasir. Anche se Mauri pensa che il problema non sia solo quello. “È innegabile che si tratti di un fenomeno totalmente nuovo. La polizia invece è tarata sui fenomeni tradizionali. L’ordine pubblico, per dire, si fa con gli scudi e le bardature pesanti, i furgoni blindati e gli idranti, per quelli che cercano lo scontro. Qui invece è il contrario: questi ragazzini rifuggono lo scontro, corrono via, cercano solo il prossimo negozio dove rompere la vetrina e rubare la merce”. E naturalmente si deve aggiungere anche che poliziotti e carabinieri sono cronicamente pochi (ne mancano 30mila circa all’appello) e sempre più maturi (vedi i reparti mobili di agenti con i capelli bianchi).

Mauri è milanese e sente che aria si respira in città. “Io penso che una regia ci fosse. Sennò non si spiegherebbe perché domenica ci sono stati quattro o cinque concentramenti diversi, poi confluiti tutti verso piazza Duomo. Dietro c’era qualcuno molto pratico di tecnologie. Dopodiché è vero che certi tam-tam sulle chat si autoalimentano e si moltiplicano da soli”. Perché è successo? E perché a Milano? “Intanto va detto che non è la prima volta. Già un anno fa, a margine di un corteo, c’è stato un gruppo che ha invaso e vandalizzato la stazione centrale. L’ipotesi che sta circolando è di qualcuno particolarmente capace ad usare i meccanismi della Rete, che lo fa in maniera professionale, e che ha sfruttato il vento per fare l’operazione che aveva in testa. Un’operazione di destabilizzazione pura”.
Destabilizzazione che sta funzionando benissimo dato che tra lunedì e martedì a Milano ci sono stati diversi falsi allarme che hanno disseminato una scia di paura: perché ci sarebbe stata una nuova giornata di saccheggi contro le università private; oppure che quelli del vandalismo si apprestavano a compiere stupri di gruppo nel centro città; o ancora che ronde di neofascisti avrebbero preso a picchiare ogni straniero che incontravano per strada. Erano fake news. Leggende metropolitane. Ma che quando arrivano a raffica sul cellulare prendono altra consistenza.
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